PALERMO

lpffg
ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Paolo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 4. Giovanna diventa MariaFlorenzia E così, la mattina del 22 gennaio 1898, Giovanna uscì di casa alla solita ora, lasciando credere che sarebbe prima andata a messa e poi al lavoro. Prima di lasciare la casa, mise un biglietto in bella vista sul tavolo della stanza da pranzo, sapendo che la mamma l’avrebbe visto solo più tardi, nella mattinata. Su di esso era scritto: “Non mi cercate, sono partita per farmi suora”. In chiesa quella mattina c’erano due suore ad aspettarla e l’accompagnarono alla stazione ferroviaria dove prese il treno per Allegany. Qui avrebbe fatto il noviziato per divenire suora. Come Giovanna aveva previsto, quando mamma Nunziata lesse il biglietto, scoppiò una mezza tragedia. A farne le spese fu immediatamente Maria, che era l’unica a essere in casa. E fu lei che dovette subire la sua prima durissima e furibonda reazione, che culminò in una grave crisi tanto che Maria temette che alla madre stesse venendo un collasso e non sapeva che fare, se uscire di casa per chiedere aiuto a qualcuno e lasciare sola la madre oppure rimanere vicino al letto dove Nunziata si era stesa. Ma dopo essersi sfogata piangendo e lamentandosi, prendendosela con questa figlia ingrata e senza cuore, la donna era sembrata riprendersi e, dicendo a Maria che ne avrebbero riparlato la sera quando ci sarebbe stata tutta la famiglia, l’aveva mandata a fare la spesa. Quando la sera tornarono a casa i figli, Nunziata era silenziosa e rispose appena al loro saluto. Fu Maria a spiegare che cosa era accaduto. Cenarono senza una parola e recitarono, come al solito, il rosario. Poi arrivò il momento delle decisioni. Credo che sappiate tutti quello che è successo esordì –, ma non è detta l’ultima parola. Sabato Angelina e Nunziatina vi prenderete mezza giornata di permesso e andrete ad Allegany al convento delle Franciscan Sisters. È che è andata per fare il noviziato. Me l’ha detto oggi pomeriggio padre Daniele. Dovrete farla rinsavire e farla tornare a casa. Le direte che la sua è stata una coltellata in pieno petto che non mi aspettavo. Ma se credeva che questa figlia sarebbe tornata sui propri passi, mamma Nunziata si illudeva. Le sorelle trovarono una Giovanna affettuosa, che le accolse abbracciandole, ma anche fermamente decisa nella sua scelta. La strada che ho seguito fu la risposta è la volontà del Signore e a questa volontà bisogna conformarsi tutti, anche mamma Nunziata. E così le sorelle se ne tornarono a New York e Giovanna iniziò il suo periodo di noviziato. Vestì subito l’abito di postulante e sei mesi dopo, alla metà di luglio del 1899, ricevette l’abito francescano e le venne imposto il nome di Maria Florenzia. L’esperienza di noviziato non fu particolarmente dura per Giovanna che tutte ormai chiamavano Florenzia, soprattutto perché era fermamente decisa a fare bene e a dimostrare a tutti e prima a se stessa che quella era la strada giusta in cui incamminarsi. E poi al silenzio e alla preghiera era già allenata e, quanto all’obbedienza, era stata per tempo messa sull’avviso. Occhi, orecchie e bocca chiusa le aveva detto padre Daniele. Florenzia era cordiale e sempre premurosa e servizievole con le altre novizie e con le suore per cui tutti le volevano bene e la chiamavano “la bambina” proprio per la sua ingenuità, il suo zelo e desiderio di imparare. In particolare, colpiva tutti la sua forte spiritualità, la capacità di passare ore intere in cappella a pregare o anche solo di stare in silenzio a guardare la statua della Madonna, che era sull’altare o l’ostensorio con il Santissimo esposto. Così, quando nel luglio del 1900 si compì l’anno di noviziato, Maria Florenzia ebbe l’unanimità di consensi da parte della commissione che doveva giudicarla e il 22 luglio giunse l’atteso momento dei voti di ubbidienza, castità e povertà. Erano ancora voti temporanei, da rinnovare alla fine di un triennio, ma Giovanna era ormai per tutti suor Florenzia e lei soprattutto sapeva di avere imboccato una via senza ritorno perché quella di suora era la scelta della sua vita. E dinanzi ai suoi occhi passarono tutti i momenti salienti della sua esistenza: il giorno della prima comunione, quando per la prima volta aveva sentito la voce, la morte del fratellino Ninuzzo, la sua determinazione di farsi suora e di vivere come una suora finché non avesse ottenuto il permesso dalla famiglia, la morte del padre, la grande povertà e la decisione di partire per l’America, la partenza e il viaggio in nave, la morte di Ciccio e la conoscenza di padre Daniele, la conoscenza di madre Cabrini, ancora la voce e poi la decisione di scappare di casa. Fu in quel momento che, volgendo gli occhi verso l’assemblea, scorse in uno degli ultimi posti le sorelle Assuntina e Nunziatina. Una gioia grandissima le crebbe nel petto. “Non mi hanno dimenticata, non mi hanno abbandonata si disse –, e Assuntina e Nunziatina sono qui è perché hanno avuto il benestare della mamma. Magari è stata lei stessa che, saputo da padre Daniele quando sarebbe stata la professione di fede, ha chiesto ad Assuntina e Nunziatina di partecipare alla funzione in rappresentanza della famiglia”. Ed era proprio quello che era avvenuto. Glielo confidarono le sorelle non appena, finita la funzione, l’andarono ad abbracciare. La mamma, quando parla di te gli confermò Angelina –, ogni tanto scuote la testa, ma non dice più, come nei primi tempi, “quella ingrata”. Tu sai com’è burbera nostra madre, non lo ammetterebbe mai con nessuno, ma non vede l’ora di riabbracciarti e poi padre Daniele le ha raccontato che qui ti sei fatta onore e tutti ti vogliono bene e allora le è cresciuto anche un po’ di orgoglio. Dopo qualche settimana, suor Florenzia lasciò Allegany per andare nella sua prima sede che era proprio il convento di Sant’Antonio, quello vicino a casa sua. E la prima cosa che fece, arrivata a New York, fu quello di correre a casa e riabbracciare sua madre e quindi tutta la famiglia. A New York, la sua giornata si divideva fra il lavoro in chiesa in aiuto ai frati nelle funzioni e nell’organizzazione della vita parrocchiale e la cura dei bambini degli immigrati italiani in un asilo nido che le suore avevano organizzato e gestivano. Tutto sembrava mettersi secondo i desideri di Giovanna, ma purtroppo la salute, dopo qualche mese, cominciò a darle dei problemi. Già fin dal tempo del noviziato aveva cominciato a sentire come un fastidio alla pancia assieme al formarsi di un rigonfiamento. La prima volta era arrivato all’improvviso dopo una lunga veglia di preghiera che l’aveva impegnata tutta la notte. Poi, però, era sparito. Ma ogni tanto ritornava, soprattutto dopo qualche sforzo, o qualche lavoro faticoso e anche quando passava diverse ore in ginocchio a pregare. Tutte le volte il fastidio cresceva e qualche volta si accompagnava a fitte dolorose. Durante il noviziato non ne aveva fatto cenno a nessuno perché temeva che potesse ritardare la professione dei voti. Ora a New York il problema si era ripetuto e, dopo qualche mese, non aveva più potuto tacere. La fecero visitare e la diagnosi fu che si trattava di ernia ombelicale. Non era una malattia grave, ma bisognava intervenire chirurgicamente ed era meglio che lo si facesse per tempo. Ma prima che si potesse prendere una decisione a proposito subentrò una forte infezione intestinale che la prostrò fisicamente. I dottori le prescrissero una dieta scrupolosa e il cambiamento d’aria. E così Florenzia si trasferì, per alcune settimane, assieme alla sorella Maria, che divenne la sua assistente, in casa di parenti a Brooklyn. Questa era praticamente un’altra città, al di del braccio orientale del fiume Huston, collegata con Manhattan da un grande ponte sospeso, inaugurato una quindicina di anni prima. Anche se distante pochi chilometri era ritenuta più salubre perché meno inquinata dalle attività industriali e dai cantieri di lavoro. E una volta guarita da questa fastidiosa malattia, Florenzia dovette affrontare l’intervento chirurgico che, grazie a Dio, le risolse il problema tanto che non dovette più soffrire di questo disturbo. E così, dopo l’assenza di un paio di mesi, una volta ristabilita, Florenzia tornò in convento con nuova lena. Durante il periodo della convalescenza a Brooklyn Florenzia era entrata in grande confidenza con Maria, che ormai stava per compiere 20 anni e aveva preso a lavorare in fabbrica. La sorella pareva che si muovesse a proprio agio in quella società. Così, una sera che erano di fronte al balcone e guardavano il traffico di battelli nell’Huston, le raccontò, arrossendo e con la voce tremolante, che aveva conosciuto un pittore di origine italiana che si chiamava Ettore, Hector in americano, e voleva sposarla. – E tu?, le chiese Florenzia. – Anche a me piace. – Ne hai parlato alla mamma? No, e ho paura a farlo. Sai com’è la mamma. Ho ancora presenti la crisi e i pianti quando sei scappata di casa. Eppure devi parlargliene. Ma hai ragione quando dici che sarà difficile… Vedi, tienilo per te, ma la mamma anni fa, quando eravamo a Lipari, ha fatto un voto a sant’Antonio, e cioè che i suoi figli non si sarebbero mai sposati… – Un voto per noi? E poteva? No, non poteva e, infatti, mi ha detto padre Davide che il voto è nullo. Ma la mamma si sente ugualmente vincolata… Parlagliene, Maria, e preparati allo scontro… – Ma io non voglio far soffrire la mamma. Ne ha passato tante… – E allora dovrai rinunziare al tuo pittore. – Ma anche questo non voglio. Non mi sembra giusto. Maria, dopo qualche giorno, ne parlò a mamma Nunziata e, come aveva previsto Florenzia, ne ebbe un deciso rifiuto. – Dei miei figli non si sposa nessuno. Toglietevelo dalla testa. Maria passò diversi giorni in lacrime, ma Nunziata fu irremovibile. E fu irremovibile anche quando venne a trovarla Hector. Non è per voi, signor Brancati, le disse con decisione Nunziata, che mi sembrate una gran brava persona. Ma i miei figli non si sposeranno mai e, se vorranno farlo, dovranno farlo contro di me ed io li cancellerò dal mio cuore.
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Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Paolo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 4. Giovanna diventa MariaFlorenzia E così, la mattina del 22 gennaio 1898, Giovanna uscì di casa alla solita ora, lasciando credere che sarebbe prima andata a messa e poi al lavoro. Prima di lasciare la casa, mise un biglietto in bella vista sul tavolo della stanza da pranzo, sapendo che la mamma l’avrebbe visto solo più tardi, nella mattinata. Su di esso era scritto: “Non mi cercate, sono partita per farmi suora”. In chiesa quella mattina c’erano due suore ad aspettarla e l’accompagnarono alla stazione ferroviaria dove prese il treno per Allegany. Qui avrebbe fatto il noviziato per divenire suora. Come Giovanna aveva previsto, quando mamma Nunziata lesse il biglietto, scoppiò una mezza tragedia. A farne le spese fu immediatamente Maria, che era l’unica a essere in casa. E fu lei che dovette subire la sua prima durissima e furibonda reazione, che culminò in una grave crisi tanto che Maria temette che alla madre stesse venendo un collasso e non sapeva che fare, se uscire di casa per chiedere aiuto a qualcuno e lasciare sola la madre oppure rimanere vicino al letto dove Nunziata si era stesa. Ma dopo essersi sfogata piangendo e lamentandosi, prendendosela con questa figlia ingrata e senza cuore, la donna era sembrata riprendersi e, dicendo a Maria che ne avrebbero riparlato la sera quando ci sarebbe stata tutta la famiglia, l’aveva mandata a fare la spesa. Quando la sera tornarono a casa i figli, Nunziata era silenziosa e rispose appena al loro saluto. Fu Maria a spiegare che cosa era accaduto. Cenarono senza una parola e recitarono, come al solito, il rosario. Poi arrivò il momento delle decisioni. Credo che sappiate tutti quello che è successo esordì –, ma non è detta l’ultima parola. Sabato Angelina e Nunziatina vi prenderete mezza giornata di permesso e andrete ad Allegany al convento delle Franciscan Sisters. È che è andata per fare il noviziato. Me l’ha detto oggi pomeriggio padre Daniele. Dovrete farla rinsavire e farla tornare a casa. Le direte che la sua è stata una coltellata in pieno petto che non mi aspettavo. Ma se credeva che questa figlia sarebbe tornata sui propri passi, mamma Nunziata si illudeva. Le sorelle trovarono una Giovanna affettuosa, che le accolse abbracciandole, ma anche fermamente decisa nella sua scelta. La strada che ho seguito fu la risposta è la volontà del Signore e a questa volontà bisogna conformarsi tutti, anche mamma Nunziata. E così le sorelle se ne tornarono a New York e Giovanna iniziò il suo periodo di noviziato. Vestì subito l’abito di postulante e sei mesi dopo, alla metà di luglio del 1899, ricevette l’abito francescano e le venne imposto il nome di Maria Florenzia. L’esperienza di noviziato non fu particolarmente dura per Giovanna che tutte ormai chiamavano Florenzia, soprattutto perché era fermamente decisa a fare bene e a dimostrare a tutti e prima a se stessa che quella era la strada giusta in cui incamminarsi. E poi al silenzio e alla preghiera era già allenata e, quanto all’obbedienza, era stata per tempo messa sull’avviso. Occhi, orecchie e bocca chiusa le aveva detto padre Daniele. Florenzia era cordiale e sempre premurosa e servizievole con le altre novizie e con le suore per cui tutti le volevano bene e la chiamavano “la bambina” proprio per la sua ingenuità, il suo zelo e desiderio di imparare. In particolare, colpiva tutti la sua forte spiritualità, la capacità di passare ore intere in cappella a pregare o anche solo di stare in silenzio a guardare la statua della Madonna, che era sull’altare o l’ostensorio con il Santissimo esposto. Così, quando nel luglio del 1900 si compì l’anno di noviziato, Maria Florenzia ebbe l’unanimità di consensi da parte della commissione che doveva giudicarla e il 22 luglio giunse l’atteso momento dei voti di ubbidienza, castità e povertà. Erano ancora voti temporanei, da rinnovare alla fine di un triennio, ma Giovanna era ormai per tutti suor Florenzia e lei soprattutto sapeva di avere imboccato una via senza ritorno perché quella di suora era la scelta della sua vita. E dinanzi ai suoi occhi passarono tutti i momenti salienti della sua esistenza: il giorno della prima comunione, quando per la prima volta aveva sentito la voce, la morte del fratellino Ninuzzo, la sua determinazione di farsi suora e di vivere come una suora finché non avesse ottenuto il permesso dalla famiglia, la morte del padre, la grande povertà e la decisione di partire per l’America, la partenza e il viaggio in nave, la morte di Ciccio e la conoscenza di padre Daniele, la conoscenza di madre Cabrini, ancora la voce e poi la decisione di scappare di casa. Fu in quel momento che, volgendo gli occhi verso l’assemblea, scorse in uno degli ultimi posti le sorelle Assuntina e Nunziatina. Una gioia grandissima le crebbe nel petto. “Non mi hanno dimenticata, non mi hanno abbandonata si disse –, e Assuntina e Nunziatina sono qui è perché hanno avuto il benestare della mamma. Magari è stata lei stessa che, saputo da padre Daniele quando sarebbe stata la professione di fede, ha chiesto ad Assuntina e Nunziatina di partecipare alla funzione in rappresentanza della famiglia”. Ed era proprio quello che era avvenuto. Glielo confidarono le sorelle non appena, finita la funzione, l’andarono ad abbracciare. La mamma, quando parla di te gli confermò Angelina –, ogni tanto scuote la testa, ma non dice più, come nei primi tempi, “quella ingrata”. Tu sai com’è burbera nostra madre, non lo ammetterebbe mai con nessuno, ma non vede l’ora di riabbracciarti e poi padre Daniele le ha raccontato che qui ti sei fatta onore e tutti ti vogliono bene e allora le è cresciuto anche un po’ di orgoglio. Dopo qualche settimana, suor Florenzia lasciò Allegany per andare nella sua prima sede che era proprio il convento di Sant’Antonio, quello vicino a casa sua. E la prima cosa che fece, arrivata a New York, fu quello di correre a casa e riabbracciare sua madre e quindi tutta la famiglia. A New York, la sua giornata si divideva fra il lavoro in chiesa in aiuto ai frati nelle funzioni e nell’organizzazione della vita parrocchiale e la cura dei bambini degli immigrati italiani in un asilo nido che le suore avevano organizzato e gestivano. Tutto sembrava mettersi secondo i desideri di Giovanna, ma purtroppo la salute, dopo qualche mese, cominciò a darle dei problemi. Già fin dal tempo del noviziato aveva cominciato a sentire come un fastidio alla pancia assieme al formarsi di un rigonfiamento. La prima volta era arrivato all’improvviso dopo una lunga veglia di preghiera che l’aveva impegnata tutta la notte. Poi, però, era sparito. Ma ogni tanto ritornava, soprattutto dopo qualche sforzo, o qualche lavoro faticoso e anche quando passava diverse ore in ginocchio a pregare. Tutte le volte il fastidio cresceva e qualche volta si accompagnava a fitte dolorose. Durante il noviziato non ne aveva fatto cenno a nessuno perché temeva che potesse ritardare la professione dei voti. Ora a New York il problema si era ripetuto e, dopo qualche mese, non aveva più potuto tacere. La fecero visitare e la diagnosi fu che si trattava di ernia ombelicale. Non era una malattia grave, ma bisognava intervenire chirurgicamente ed era meglio che lo si facesse per tempo. Ma prima che si potesse prendere una decisione a proposito subentrò una forte infezione intestinale che la prostrò fisicamente. I dottori le prescrissero una dieta scrupolosa e il cambiamento d’aria. E così Florenzia si trasferì, per alcune settimane, assieme alla sorella Maria, che divenne la sua assistente, in casa di parenti a Brooklyn. Questa era praticamente un’altra città, al di del braccio orientale del fiume Huston, collegata con Manhattan da un grande ponte sospeso, inaugurato una quindicina di anni prima. Anche se distante pochi chilometri era ritenuta più salubre perché meno inquinata dalle attività industriali e dai cantieri di lavoro. E una volta guarita da questa fastidiosa malattia, Florenzia dovette affrontare l’intervento chirurgico che, grazie a Dio, le risolse il problema tanto che non dovette più soffrire di questo disturbo. E così, dopo l’assenza di un paio di mesi, una volta ristabilita, Florenzia tornò in convento con nuova lena. Durante il periodo della convalescenza a Brooklyn Florenzia era entrata in grande confidenza con Maria, che ormai stava per compiere 20 anni e aveva preso a lavorare in fabbrica. La sorella pareva che si muovesse a proprio agio in quella società. Così, una sera che erano di fronte al balcone e guardavano il traffico di battelli nell’Huston, le raccontò, arrossendo e con la voce tremolante, che aveva conosciuto un pittore di origine italiana che si chiamava Ettore, Hector in americano, e voleva sposarla. – E tu?, le chiese Florenzia. – Anche a me piace. – Ne hai parlato alla mamma? No, e ho paura a farlo. Sai com’è la mamma. Ho ancora presenti la crisi e i pianti quando sei scappata di casa. Eppure devi parlargliene. Ma hai ragione quando dici che sarà difficile… Vedi, tienilo per te, ma la mamma anni fa, quando eravamo a Lipari, ha fatto un voto a sant’Antonio, e cioè che i suoi figli non si sarebbero mai sposati… – Un voto per noi? E poteva? No, non poteva e, infatti, mi ha detto padre Davide che il voto è nullo. Ma la mamma si sente ugualmente vincolata… Parlagliene, Maria, e preparati allo scontro… – Ma io non voglio far soffrire la mamma. Ne ha passato tante… – E allora dovrai rinunziare al tuo pittore. – Ma anche questo non voglio. Non mi sembra giusto. Maria, dopo qualche giorno, ne parlò a mamma Nunziata e, come aveva previsto Florenzia, ne ebbe un deciso rifiuto. – Dei miei figli non si sposa nessuno. Toglietevelo dalla testa. Maria passò diversi giorni in lacrime, ma Nunziata fu irremovibile. E fu irremovibile anche quando venne a trovarla Hector. Non è per voi, signor Brancati, le disse con decisione Nunziata, che mi sembrate una gran brava persona. Ma i miei figli non si sposeranno mai e, se vorranno farlo, dovranno farlo contro di me ed io li cancellerò dal mio cuore.
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RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Paolo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 4. Giovanna diventa MariaFlorenzia E così, la mattina del 22 gennaio 1898, Giovanna uscì di casa alla solita ora, lasciando credere che sarebbe prima andata a messa e poi al lavoro. Prima di lasciare la casa, mise un biglietto in bella vista sul tavolo della stanza da pranzo, sapendo che la mamma l’avrebbe visto solo più tardi, nella mattinata. Su di esso era scritto: “Non mi cercate, sono partita per farmi suora”. In chiesa quella mattina c’erano due suore ad aspettarla e l’accompagnarono alla stazione ferroviaria dove prese il treno per Allegany. Qui avrebbe fatto il noviziato per divenire suora. Come Giovanna aveva previsto, quando mamma Nunziata lesse il biglietto, scoppiò una mezza tragedia. A farne le spese fu immediatamente Maria, che era l’unica a essere in casa. E fu lei che dovette subire la sua prima durissima e furibonda reazione, che culminò in una grave crisi tanto che Maria temette che alla madre stesse venendo un collasso e non sapeva che fare, se uscire di casa per chiedere aiuto a qualcuno e lasciare sola la madre oppure rimanere vicino al letto dove Nunziata si era stesa. Ma dopo essersi sfogata piangendo e lamentandosi, prendendosela con questa figlia ingrata e senza cuore, la donna era sembrata riprendersi e, dicendo a Maria che ne avrebbero riparlato la sera quando ci sarebbe stata tutta la famiglia, l’aveva mandata a fare la spesa. Quando la sera tornarono a casa i figli, Nunziata era silenziosa e rispose appena al loro saluto. Fu Maria a spiegare che cosa era accaduto. Cenarono senza una parola e recitarono, come al solito, il rosario. Poi arrivò il momento delle decisioni. Credo che sappiate tutti quello che è successo esordì –, ma non è detta l’ultima parola. Sabato Angelina e Nunziatina vi prenderete mezza giornata di permesso e andrete ad Allegany al convento delle Franciscan Sisters. È che è andata per fare il noviziato. Me l’ha detto oggi pomeriggio padre Daniele. Dovrete farla rinsavire e farla tornare a casa. Le direte che la sua è stata una coltellata in pieno petto che non mi aspettavo. Ma se credeva che questa figlia sarebbe tornata sui propri passi, mamma Nunziata si illudeva. Le sorelle trovarono una Giovanna affettuosa, che le accolse abbracciandole, ma anche fermamente decisa nella sua scelta. La strada che ho seguito fu la risposta è la volontà del Signore e a questa volontà bisogna conformarsi tutti, anche mamma Nunziata. E così le sorelle se ne tornarono a New York e Giovanna iniziò il suo periodo di noviziato. Vestì subito l’abito di postulante e sei mesi dopo, alla metà di luglio del 1899, ricevette l’abito francescano e le venne imposto il nome di Maria Florenzia. L’esperienza di noviziato non fu particolarmente dura per Giovanna che tutte ormai chiamavano Florenzia, soprattutto perché era fermamente decisa a fare bene e a dimostrare a tutti e prima a se stessa che quella era la strada giusta in cui incamminarsi. E poi al silenzio e alla preghiera era già allenata e, quanto all’obbedienza, era stata per tempo messa sull’avviso. Occhi, orecchie e bocca chiusa le aveva detto padre Daniele. Florenzia era cordiale e sempre premurosa e servizievole con le altre novizie e con le suore per cui tutti le volevano bene e la chiamavano “la bambina” proprio per la sua ingenuità, il suo zelo e desiderio di imparare. In particolare, colpiva tutti la sua forte spiritualità, la capacità di passare ore intere in cappella a pregare o anche solo di stare in silenzio a guardare la statua della Madonna, che era sull’altare o l’ostensorio con il Santissimo esposto. Così, quando nel luglio del 1900 si compì l’anno di noviziato, Maria Florenzia ebbe l’unanimità di consensi da parte della commissione che doveva giudicarla e il 22 luglio giunse l’atteso momento dei voti di ubbidienza, castità e povertà. Erano ancora voti temporanei, da rinnovare alla fine di un triennio, ma Giovanna era ormai per tutti suor Florenzia e lei soprattutto sapeva di avere imboccato una via senza ritorno perché quella di suora era la scelta della sua vita. E dinanzi ai suoi occhi passarono tutti i momenti salienti della sua esistenza: il giorno della prima comunione, quando per la prima volta aveva sentito la voce, la morte del fratellino Ninuzzo, la sua determinazione di farsi suora e di vivere come una suora finché non avesse ottenuto il permesso dalla famiglia, la morte del padre, la grande povertà e la decisione di partire per l’America, la partenza e il viaggio in nave, la morte di Ciccio e la conoscenza di padre Daniele, la conoscenza di madre Cabrini, ancora la voce e poi la decisione di scappare di casa. Fu in quel momento che, volgendo gli occhi verso l’assemblea, scorse in uno degli ultimi posti le sorelle Assuntina e Nunziatina. Una gioia grandissima le crebbe nel petto. “Non mi hanno dimenticata, non mi hanno abbandonata si disse –, e Assuntina e Nunziatina sono qui è perché hanno avuto il benestare della mamma. Magari è stata lei stessa che, saputo da padre Daniele quando sarebbe stata la professione di fede, ha chiesto ad Assuntina e Nunziatina di partecipare alla funzione in rappresentanza della famiglia”. Ed era proprio quello che era avvenuto. Glielo confidarono le sorelle non appena, finita la funzione, l’andarono ad abbracciare. La mamma, quando parla di te gli confermò Angelina –, ogni tanto scuote la testa, ma non dice più, come nei primi tempi, “quella ingrata”. Tu sai com’è burbera nostra madre, non lo ammetterebbe mai con nessuno, ma non vede l’ora di riabbracciarti e poi padre Daniele le ha raccontato che qui ti sei fatta onore e tutti ti vogliono bene e allora le è cresciuto anche un po’ di orgoglio. Dopo qualche settimana, suor Florenzia lasciò Allegany per andare nella sua prima sede che era proprio il convento di Sant’Antonio, quello vicino a casa sua. E la prima cosa che fece, arrivata a New York, fu quello di correre a casa e riabbracciare sua madre e quindi tutta la famiglia. A New York, la sua giornata si divideva fra il lavoro in chiesa in aiuto ai frati nelle funzioni e nell’organizzazione della vita parrocchiale e la cura dei bambini degli immigrati italiani in un asilo nido che le suore avevano organizzato e gestivano. Tutto sembrava mettersi secondo i desideri di Giovanna, ma purtroppo la salute, dopo qualche mese, cominciò a darle dei problemi. Già fin dal tempo del noviziato aveva cominciato a sentire come un fastidio alla pancia assieme al formarsi di un rigonfiamento. La prima volta era arrivato all’improvviso dopo una lunga veglia di preghiera che l’aveva impegnata tutta la notte. Poi, però, era sparito. Ma ogni tanto ritornava, soprattutto dopo qualche sforzo, o qualche lavoro faticoso e anche quando passava diverse ore in ginocchio a pregare. Tutte le volte il fastidio cresceva e qualche volta si accompagnava a fitte dolorose. Durante il noviziato non ne aveva fatto cenno a nessuno perché temeva che potesse ritardare la professione dei voti. Ora a New York il problema si era ripetuto e, dopo qualche mese, non aveva più potuto tacere. La fecero visitare e la diagnosi fu che si trattava di ernia ombelicale. Non era una malattia grave, ma bisognava intervenire chirurgicamente ed era meglio che lo si facesse per tempo. Ma prima che si potesse prendere una decisione a proposito subentrò una forte infezione intestinale che la prostrò fisicamente. I dottori le prescrissero una dieta scrupolosa e il cambiamento d’aria. E così Florenzia si trasferì, per alcune settimane, assieme alla sorella Maria, che divenne la sua assistente, in casa di parenti a Brooklyn. Questa era praticamente un’altra città, al di del braccio orientale del fiume Huston, collegata con Manhattan da un grande ponte sospeso, inaugurato una quindicina di anni prima. Anche se distante pochi chilometri era ritenuta più salubre perché meno inquinata dalle attività industriali e dai cantieri di lavoro. E una volta guarita da questa fastidiosa malattia, Florenzia dovette affrontare l’intervento chirurgico che, grazie a Dio, le risolse il problema tanto che non dovette più soffrire di questo disturbo. E così, dopo l’assenza di un paio di mesi, una volta ristabilita, Florenzia tornò in convento con nuova lena. Durante il periodo della convalescenza a Brooklyn Florenzia era entrata in grande confidenza con Maria, che ormai stava per compiere 20 anni e aveva preso a lavorare in fabbrica. La sorella pareva che si muovesse a proprio agio in quella società. Così, una sera che erano di fronte al balcone e guardavano il traffico di battelli nell’Huston, le raccontò, arrossendo e con la voce tremolante, che aveva conosciuto un pittore di origine italiana che si chiamava Ettore, Hector in americano, e voleva sposarla. – E tu?, le chiese Florenzia. – Anche a me piace. – Ne hai parlato alla mamma? No, e ho paura a farlo. Sai com’è la mamma. Ho ancora presenti la crisi e i pianti quando sei scappata di casa. Eppure devi parlargliene. Ma hai ragione quando dici che sarà difficile… Vedi, tienilo per te, ma la mamma anni fa, quando eravamo a Lipari, ha fatto un voto a sant’Antonio, e cioè che i suoi figli non si sarebbero mai sposati… – Un voto per noi? E poteva? No, non poteva e, infatti, mi ha detto padre Davide che il voto è nullo. Ma la mamma si sente ugualmente vincolata… Parlagliene, Maria, e preparati allo scontro… Ma io non voglio far soffrire la mamma. Ne ha passato tante… E allora dovrai rinunziare al tuo pittore. Ma anche questo non voglio. Non mi sembra giusto. Maria, dopo qualche giorno, ne parlò a mamma Nunziata e, come aveva previsto Florenzia, ne ebbe un deciso rifiuto. Dei miei figli non si sposa nessuno. Toglietevelo dalla testa. Maria passò diversi giorni in lacrime, ma Nunziata fu irremovibile. E fu irremovibile anche quando venne a trovarla Hector. Non è per voi, signor Brancati, le disse con decisione Nunziata, che mi sembrate una gran brava persona. Ma i miei figli non si sposeranno mai e, se vorranno farlo, dovranno farlo contro di me ed io li cancellerò dal mio cuore.
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