PALERMO

lpffg
ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 2. Arrivo a New York Qualche ora dopo, la nave sembrò entrare in una grande baia, ma non si vedevano grandi edifici. Non siamo ancora a New York spiegò il fratello Giuseppe che era andato a informarsi –, questa è Raritan Bay, la baia di Raritan, ora imboccheremo la foce di un fiume che si chiama Hudson. La città di New York è costruita su una grande isola che si trova in questo fiume. E infatti la nave imboccò una sorta di stretto a imbuto che misurava, all’inizio, poco più di mille metri che, procedendo, si andava aprendo. in fondo spiegò ancora Giuseppe c’è New York e l’isola su cui è costruita si chiama Manhattan. attraccherà la nave, ma poi ci faranno salire su un traghetto e ci porteranno in un’isola chiamata Ellis Island, dove dovremo fare dei controlli. È una nuova legge in vigore da alcuni anni per evitare che in America arrivino gente malata o inabile. E quelli che non superano la visita vengono rimandati in patria. Non mi sembra giusto commentò Caterina che era la sorella più piccola; non aveva ancora 10 anni e già manifestava un carattere vivace –, dopo aver fatto tanti sacrifici, speso tanti quattrini e rischiato persino la vita, ti rimandano a casa… Non mi pare che abbiano un grande senso dell’accoglienza. Lo stesso pensiero era venuto anche a Giovanna ma, siccome era più prudente della sorella, non aveva detto niente e poi era stata subito distratta da ciò che appariva ai loro occhi. La nave, infatti, si stava dirigendo verso un isolotto sul quale si ergeva una grande statua di donna con una fiaccola nella mano destra e un libro nella sinistra e sul capo una corona a forma di stella con tante punte. Ecco, quella è la statua della libertà aggiunse Giuseppe –. L’hanno regalata i francesi agli americani ed è stata inaugurata dieci anni fa. – Pensavo che fosse la Madonna – disse Giovanna. Qui in maggioranza sono protestanti commentò padre Daniele, che intanto si era avvicinato al gruppetto di liparesi e come saprete i protestanti non venerano la Madonna. Ho sentito quanto diceva prima Caterina sull’accoglienza e sono d’accodo con lei. Se manca un vero spirito di accoglienza, che cos’è la libertà? Ed ecco Ellis Island dove torneremo fra poco, vi faccio tanti auguri perché le cose vadano nel migliore dei modi. Passarono due giorni a Ellis Island, giacché tanti ce ne vollero per tutti i controlli e le visite. Prima una lunga attesa in un grande salone, spazioso e alto quanto non ne avevano mai visto, tutti in fila lungo ringhiere di metallo, per andarsi a registrare; poi la visita medica, ma anche alcune strane prove con oggetti di legno e di metallo dalle più svariate forme. – A che cosa servono – chiese Caterina. Si chiama prova attitudinale disse una signora che era vicino a loro e pareva molto bene informata –, dovrebbe verificare l’intelligenza di una persona, perché qui la stupidità la giudicano una malattia e chi non supera questa prova viene rimandato indietro. Oh Madonna santa mormorò Nunziata –, ci mancherebbe solo questo. State attenti ragazzi e tu, Caterina, non fare al tuo solito che sembri che cadi sempre dalle nuvole. Ricordatevi, Angelina, Nunziatina e Giuseppe, che dovrete dire che avete già un lavoro e anche dove andrete a lavorare. Lo zio l'ha raccomandato tanto perchè pare che sia importante per superare i controlli. Ma non ci furono particolari problemi. La famiglia Profilio superò tutte le visite e tutte le prove e già la sera del giorno dopo sbarcò a Battery Park, dove erano ad attenderli, fin dalla mattina, i parenti: lo zio Bartolo Marchese, fratello della mamma di qualche anno più giovane, sua moglie Francesca, e i figli dai nomi americani Joseph, Tom e Mary. Giovanna, come il fratello e le sorelle, era frastornata da quelle novità che a ritmo continuo le apparivano dinanzi agli occhi. Già la vista di New York con i suoi palazzi altissimi, che si chiamavano grattacieli ,l’aveva impressionata e intimorita al tempo stesso. E se la cittadina di Lipari, vista da Pirrera, poteva incutere qualche preoccupazione per le storie che si raccontavano, ora questa metropoli non poteva che aumentare i timori con le sue incognite sul futuro. Ma, al tempo stesso, questo mondo l’affascinava e non vedeva l’ora di conoscere gente nuova. Si chiedeva come sarebbe stata la casa dove avrebbero abitato, la fabbrica dove avrebbero lavorato, la vita che avrebbero condotto. Guardava la zia e i cugini che le sembravano così diversi da loro, così eleganti in confronto ai loro poveri vestiti, così curati nella persona mentre loro, oltretutto, venivano da un viaggio disastroso di due settimane, durante il quale il lavarsi e il pettinarsi era sempre una cosa approssimativa. Zii e cugini furono molto affettuosi. La mamma, abbracciando il fratello e la cognata, pianse di commozione, e anche questi avevano gli occhi lucidi. Well disse lo zio Bartolo in una lingua strana che era per lo più dialetto liparese con diverse parole che non avevano mai sentito e che dovevano essere americano go a casa a manciare e a dòrmiri. Cinni sarà tempu pi parlari. Dumani è duminica e ci si riposa. Poi monday, lunedì, tutti a travagghiari: i fimmini in una farm di vestiti, Giuseppe in uno store, nà putìa ranni unni vinnianu di tuttu. Le prime settimane, la famigliola visse nella casa dei parenti in Macdougal street. Nunziata e le figlie in una grande stanza, mentre Giuseppe dormiva con i cugini. La casa era grande con tante comodità che a Lipari non avevano mai visto, come l’acqua corrente calda e fredda in bagno e in cucina e il riscaldamento in tutte le stanze. Era un appartamento in un grande caseggiato in cui abitavano altre famiglie. Giovanna chiese subito se la chiesa di Sant’Antonio dei francescani italiani fosse vicina o lontana. È qua vicino, gli rispose la zia, a cento metri o poco più, in Sullivan street. L’hanno inaugurata proprio otto anni fa ed è la prima parrocchia per emigrati italiani in New York. Nella stessa strada c’è anche un appartamento che potrebbe divenire la vostra abitazione. Lunedì, se vorrete, potremmo andare a visitarlo. Vedete, questo è un quartiere dove abitano molti italiani, ma non è il vero quartiere italiano che chiamano “little Italy”, piccola Italia. Quello è a quattrocento metri di distanza, fra Baxter e Mulberry street, conosciuto anche come i “Five Points”, i Cinque Punti. Non sono bei posti. Sono case brutte e sporche, dove la gente vive come le bestie in stanze dove dormono, a turno, venti, trenta persone. Non sono zone raccomandabili ed è bene che soprattutto le ragazze se ne stiano a distanza. Molti nostri connazionali hanno importato la malavita che praticavano a casa loro e vivono con il gioco d’azzardo, con i furti, con il contrabbando di dollari falsi, l’usura. Come vedrete, a New York si lavora molto soprattutto nell’edilizia. Si costruiscono grattacieli, teatri, ferrovie, ecc. E spesso in questi lavori si infiltrano delinquenti che con la violenza cercano di approfittare del lavoro degli altri. Questo succede in tutta New York, ma la zona di Five Points si è fatta una particolare brutta fama e si mormora che sia il covo di diverse bande, per cui la polizia fa spesso irruzione. Il giorno dopo, domenica, Giovanna si alzò per tempo e andò alla chiesa di Sant’Antonio. Si era fatta spiegare la strada la sera prima dalla zia e non ebbe problemi a trovarla, anche perché era veramente molto vicina. Non solo, ma si trattava di percorrere strade lunghe, larghe e tutte diritte che intersecavano altre strade lunghe, larghe e diritte. Una realtà diversa da Lipari, che era formata da vicoli stretti e per lo più tortuosi, perché giravano intorno al castello. Giovanna percorse per una cinquantina di metri Macdougal street e si trovò in un grande viale chiamato West Houston street, qui girò a sinistra e, proprio sull’angolo della strada successiva che era Sullivan street, trovò la chiesa. Questa fece subito una forte impressione a Giovanna. Non aveva mai visto una chiesa così grande, più grande della cattedrale di Lipari. Tutta in mattoni rossi con un grande rosone sul frontone in alto e un alto campanile che la sormontava di almeno una decina di metri. Vi si accedeva tramite una scalinata di una decina di gradini e, quindi, attraverso tre porte, una centrale e due laterali, che immettevano in una sorta di ingresso e da qui nella chiesa vera e propria formata da tre navate e tutta illuminata da grandi vetrate a colori che si aprivano lungo le pareti e nell’abside. La navata centrale conduceva all’altare maggiore sul quale, sotto un’edicola, vi era la Madonna che porgeva il Bambino a sant’Antonio. A fianco dell’edicola che in alto mostrava il simbolo francescano dei due bracci incrociati, uno nudo e uno vestito col saio, con in mezzo la croce due angeli armati di spada come se fossero una guardia d’onore. A destra e a sinistra dell’altare maggiore e poi lungo le pareti laterali, vi era tutta una serie di santi, probabilmente santi patroni dei paesi di origine, voluti dalle diverse confraternite che coltivavano nell’emigrazione i loro culti e le loro tradizioni. Erano ormai le nove di mattina e, appena Giovanna fu in chiesa, iniziò la messa che era in italiano. Dopo la messa, Giovanna andò in sacrestia e chiese di padre Daniele, spiegando che era un frate nuovo che doveva essere arrivato uno o due giorni prima. Fu così indirizzata al convento che era proprio di fronte alla chiesa. Padre Daniele fu lieto di rivedere Giovanna e questa, per prima cosa, gli comunicò che la casa degli zii era vicinissima e che, probabilmente, loro sarebbero andati ad abitare proprio in Sullivan street e, quindi, avrebbe potuto frequentare la chiesa ogni giorno. E, infatti, la casa dove la famiglia Profilio andò ad abitare si trovava forse a meno di cento metri dalla chiesa sullo stesso marciapiede. Era un grande caseggiato anch’esso in mattoni rossi, come la chiesa con balconi e grandi finestroni che si affacciavano sulla via. Su alcuni di essi vi erano delle scale di ferro, che normalmente erano issate per impedire che le si potesse usare dalla strada. Servono era stato spiegato in caso di incendio o per qualunque emergenza, quando non si possono usare le scale interne e gli ascensori. Allora vengono calate e permettono di evacuare appartamenti e l'edificio. È una norma di sicurezza che si va diffondendo a New York dove non sono rari casi di incendio sia per guasti all’energia elettrica come anche ai sistemi di riscaldamento. Il loro appartamento era al terzo piano e contava quattro stanze e i servizi con una grande cucina, dove la famiglia poteva consumare i pasti comodamente tutti i giorni. In una stanza avrebbero dormito la mamma, Giovanna e Caterina, in un’altra Angelina, Nunziatina e Maria e nella terza stanza, che era più piccola delle altre, Giuseppe. La stanza più grande avrebbe fatto da soggiorno e da stanza di accoglienza per ricevere gli ospiti. Lo store dove lavorava Giuseppe, assunto come commesso, era un grande magazzino che vendeva soprattutto generi alimentari, ma anche tutto quello che poteva servire alla casa ed era a meno di un chilometro dalla loro abitazione sulla Broadway. La fabbrica dove lavoravano le ragazze produceva tessuti e vestiti che qui chiamavano clothes, e anch’essa non era molto distante da Sullivan street, ma dalla parte opposta di dove lavorava Giuseppe, verso la riva del fiume Hudson. Angelina e Nunziatina lavoravano in un grande salone dove c’erano più di un centinaio di macchine tessitrici, Giovanna, invece, era in un altro reparto, quello in cui si confezionavano abiti femminili e, in particolare, vestiti interi che si chiamavano dresses e gonne che si dicevano skirts. Non si trattava di un lavoro pesante in sé, anche se, portato avanti otto-dieci ore al giorno per sei giorni la settimana, era veramente faticoso. La sera si arrivava a casa che si aveva solo voglia di distendersi e pensare ad altro. In compenso, il guadagno era buono. Venivano pagati ogni settimana e la mamma, che teneva i conti, diceva che in un paio di anni avrebbero potuto restituire il prestito allo zio, che non solo aveva anticipato i soldi del viaggio, ma aveva pagato la caparra per la casa e i primi mesi di affitto, oltre ad aver provveduto ad acquistare un po’ di mobili per arredare l’appartamento. Tutto in economia è vero, senza lusso e guardando all’essenziale come anche per i vestiti e il mangiare. Ma, comunque, si trattava di spese non indifferenti per una famiglia di sette persone. Maria, invece, che non aveva ancora compiuto 14 anni, aiutava la mamma in casa e Caterina era stata iscritta a una scuola e vi si recava tutte le mattine e qualche volta anche il pomeriggio.
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ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 2. Arrivo a New York Qualche ora dopo, la nave sembrò entrare in una grande baia, ma non si vedevano grandi edifici. Non siamo ancora a New York spiegò il fratello Giuseppe che era andato a informarsi –, questa è Raritan Bay, la baia di Raritan, ora imboccheremo la foce di un fiume che si chiama Hudson. La città di New York è costruita su una grande isola che si trova in questo fiume. E infatti la nave imboccò una sorta di stretto a imbuto che misurava, all’inizio, poco più di mille metri che, procedendo, si andava aprendo. in fondo spiegò ancora Giuseppe c’è New York e l’isola su cui è costruita si chiama Manhattan. attraccherà la nave, ma poi ci faranno salire su un traghetto e ci porteranno in un’isola chiamata Ellis Island, dove dovremo fare dei controlli. È una nuova legge in vigore da alcuni anni per evitare che in America arrivino gente malata o inabile. E quelli che non superano la visita vengono rimandati in patria. Non mi sembra giusto commentò Caterina che era la sorella più piccola; non aveva ancora 10 anni e già manifestava un carattere vivace –, dopo aver fatto tanti sacrifici, speso tanti quattrini e rischiato persino la vita, ti rimandano a casa… Non mi pare che abbiano un grande senso dell’accoglienza. Lo stesso pensiero era venuto anche a Giovanna ma, siccome era più prudente della sorella, non aveva detto niente e poi era stata subito distratta da ciò che appariva ai loro occhi. La nave, infatti, si stava dirigendo verso un isolotto sul quale si ergeva una grande statua di donna con una fiaccola nella mano destra e un libro nella sinistra e sul capo una corona a forma di stella con tante punte. Ecco, quella è la statua della libertà aggiunse Giuseppe –. L’hanno regalata i francesi agli americani ed è stata inaugurata dieci anni fa. – Pensavo che fosse la Madonna – disse Giovanna. Qui in maggioranza sono protestanti commentò padre Daniele, che intanto si era avvicinato al gruppetto di liparesi e come saprete i protestanti non venerano la Madonna. Ho sentito quanto diceva prima Caterina sull’accoglienza e sono d’accodo con lei. Se manca un vero spirito di accoglienza, che cos’è la libertà? Ed ecco Ellis Island dove torneremo fra poco, vi faccio tanti auguri perché le cose vadano nel migliore dei modi. Passarono due giorni a Ellis Island, giacché tanti ce ne vollero per tutti i controlli e le visite. Prima una lunga attesa in un grande salone, spazioso e alto quanto non ne avevano mai visto, tutti in fila lungo ringhiere di metallo, per andarsi a registrare; poi la visita medica, ma anche alcune strane prove con oggetti di legno e di metallo dalle più svariate forme. – A che cosa servono – chiese Caterina. Si chiama prova attitudinale disse una signora che era vicino a loro e pareva molto bene informata –, dovrebbe verificare l’intelligenza di una persona, perché qui la stupidità la giudicano una malattia e chi non supera questa prova viene rimandato indietro. Oh Madonna santa mormorò Nunziata –, ci mancherebbe solo questo. State attenti ragazzi e tu, Caterina, non fare al tuo solito che sembri che cadi sempre dalle nuvole. Ricordatevi, Angelina, Nunziatina e Giuseppe, che dovrete dire che avete già un lavoro e anche dove andrete a lavorare. Lo zio l'ha raccomandato tanto perchè pare che sia importante per superare i controlli. Ma non ci furono particolari problemi. La famiglia Profilio superò tutte le visite e tutte le prove e già la sera del giorno dopo sbarcò a Battery Park, dove erano ad attenderli, fin dalla mattina, i parenti: lo zio Bartolo Marchese, fratello della mamma di qualche anno più giovane, sua moglie Francesca, e i figli dai nomi americani Joseph, Tom e Mary. Giovanna, come il fratello e le sorelle, era frastornata da quelle novità che a ritmo continuo le apparivano dinanzi agli occhi. Già la vista di New York con i suoi palazzi altissimi, che si chiamavano grattacieli ,l’aveva impressionata e intimorita al tempo stesso. E se la cittadina di Lipari, vista da Pirrera, poteva incutere qualche preoccupazione per le storie che si raccontavano, ora questa metropoli non poteva che aumentare i timori con le sue incognite sul futuro. Ma, al tempo stesso, questo mondo l’affascinava e non vedeva l’ora di conoscere gente nuova. Si chiedeva come sarebbe stata la casa dove avrebbero abitato, la fabbrica dove avrebbero lavorato, la vita che avrebbero condotto. Guardava la zia e i cugini che le sembravano così diversi da loro, così eleganti in confronto ai loro poveri vestiti, così curati nella persona mentre loro, oltretutto, venivano da un viaggio disastroso di due settimane, durante il quale il lavarsi e il pettinarsi era sempre una cosa approssimativa. Zii e cugini furono molto affettuosi. La mamma, abbracciando il fratello e la cognata, pianse di commozione, e anche questi avevano gli occhi lucidi. Well disse lo zio Bartolo in una lingua strana che era per lo più dialetto liparese con diverse parole che non avevano mai sentito e che dovevano essere americano go a casa a manciare e a dòrmiri. Cinni sarà tempu pi parlari. Dumani è duminica e ci si riposa. Poi monday, lunedì, tutti a travagghiari: i fimmini in una farm di vestiti, Giuseppe in uno store, putìa ranni unni vinnianu di tuttu. Le prime settimane, la famigliola visse nella casa dei parenti in Macdougal street. Nunziata e le figlie in una grande stanza, mentre Giuseppe dormiva con i cugini. La casa era grande con tante comodità che a Lipari non avevano mai visto, come l’acqua corrente calda e fredda in bagno e in cucina e il riscaldamento in tutte le stanze. Era un appartamento in un grande caseggiato in cui abitavano altre famiglie. Giovanna chiese subito se la chiesa di Sant’Antonio dei francescani italiani fosse vicina o lontana. È qua vicino, gli rispose la zia, a cento metri o poco più, in Sullivan street. L’hanno inaugurata proprio otto anni fa ed è la prima parrocchia per emigrati italiani in New York. Nella stessa strada c’è anche un appartamento che potrebbe divenire la vostra abitazione. Lunedì, se vorrete, potremmo andare a visitarlo. Vedete, questo è un quartiere dove abitano molti italiani, ma non è il vero quartiere italiano che chiamano “little Italy”, piccola Italia. Quello è a quattrocento metri di distanza, fra Baxter e Mulberry street, conosciuto anche come i “Five Points”, i Cinque Punti. Non sono bei posti. Sono case brutte e sporche, dove la gente vive come le bestie in stanze dove dormono, a turno, venti, trenta persone. Non sono zone raccomandabili ed è bene che soprattutto le ragazze se ne stiano a distanza. Molti nostri connazionali hanno importato la malavita che praticavano a casa loro e vivono con il gioco d’azzardo, con i furti, con il contrabbando di dollari falsi, l’usura. Come vedrete, a New York si lavora molto soprattutto nell’edilizia. Si costruiscono grattacieli, teatri, ferrovie, ecc. E spesso in questi lavori si infiltrano delinquenti che con la violenza cercano di approfittare del lavoro degli altri. Questo succede in tutta New York, ma la zona di Five Points si è fatta una particolare brutta fama e si mormora che sia il covo di diverse bande, per cui la polizia fa spesso irruzione. Il giorno dopo, domenica, Giovanna si alzò per tempo e andò alla chiesa di Sant’Antonio. Si era fatta spiegare la strada la sera prima dalla zia e non ebbe problemi a trovarla, anche perché era veramente molto vicina. Non solo, ma si trattava di percorrere strade lunghe, larghe e tutte diritte che intersecavano altre strade lunghe, larghe e diritte. Una realtà diversa da Lipari, che era formata da vicoli stretti e per lo più tortuosi, perché giravano intorno al castello. Giovanna percorse per una cinquantina di metri Macdougal street e si trovò in un grande viale chiamato West Houston street, qui girò a sinistra e, proprio sull’angolo della strada successiva che era Sullivan street, trovò la chiesa. Questa fece subito una forte impressione a Giovanna. Non aveva mai visto una chiesa così grande, più grande della cattedrale di Lipari. Tutta in mattoni rossi con un grande rosone sul frontone in alto e un alto campanile che la sormontava di almeno una decina di metri. Vi si accedeva tramite una scalinata di una decina di gradini e, quindi, attraverso tre porte, una centrale e due laterali, che immettevano in una sorta di ingresso e da qui nella chiesa vera e propria formata da tre navate e tutta illuminata da grandi vetrate a colori che si aprivano lungo le pareti e nell’abside. La navata centrale conduceva all’altare maggiore sul quale, sotto un’edicola, vi era la Madonna che porgeva il Bambino a sant’Antonio. A fianco dell’edicola che in alto mostrava il simbolo francescano dei due bracci incrociati, uno nudo e uno vestito col saio, con in mezzo la croce due angeli armati di spada come se fossero una guardia d’onore. A destra e a sinistra dell’altare maggiore e poi lungo le pareti laterali, vi era tutta una serie di santi, probabilmente santi patroni dei paesi di origine, voluti dalle diverse confraternite che coltivavano nell’emigrazione i loro culti e le loro tradizioni. Erano ormai le nove di mattina e, appena Giovanna fu in chiesa, iniziò la messa che era in italiano. Dopo la messa, Giovanna andò in sacrestia e chiese di padre Daniele, spiegando che era un frate nuovo che doveva essere arrivato uno o due giorni prima. Fu così indirizzata al convento che era proprio di fronte alla chiesa. Padre Daniele fu lieto di rivedere Giovanna e questa, per prima cosa, gli comunicò che la casa degli zii era vicinissima e che, probabilmente, loro sarebbero andati ad abitare proprio in Sullivan street e, quindi, avrebbe potuto frequentare la chiesa ogni giorno. E, infatti, la casa dove la famiglia Profilio andò ad abitare si trovava forse a meno di cento metri dalla chiesa sullo stesso marciapiede. Era un grande caseggiato anch’esso in mattoni rossi, come la chiesa con balconi e grandi finestroni che si affacciavano sulla via. Su alcuni di essi vi erano delle scale di ferro, che normalmente erano issate per impedire che le si potesse usare dalla strada. Servono era stato spiegato in caso di incendio o per qualunque emergenza, quando non si possono usare le scale interne e gli ascensori. Allora vengono calate e permettono di evacuare appartamenti e l'edificio. È una norma di sicurezza che si va diffondendo a New York dove non sono rari casi di incendio sia per guasti all’energia elettrica come anche ai sistemi di riscaldamento. Il loro appartamento era al terzo piano e contava quattro stanze e i servizi con una grande cucina, dove la famiglia poteva consumare i pasti comodamente tutti i giorni. In una stanza avrebbero dormito la mamma, Giovanna e Caterina, in un’altra Angelina, Nunziatina e Maria e nella terza stanza, che era più piccola delle altre, Giuseppe. La stanza più grande avrebbe fatto da soggiorno e da stanza di accoglienza per ricevere gli ospiti. Lo store dove lavorava Giuseppe, assunto come commesso, era un grande magazzino che vendeva soprattutto generi alimentari, ma anche tutto quello che poteva servire alla casa ed era a meno di un chilometro dalla loro abitazione sulla Broadway. La fabbrica dove lavoravano le ragazze produceva tessuti e vestiti che qui chiamavano clothes, e anch’essa non era molto distante da Sullivan street, ma dalla parte opposta di dove lavorava Giuseppe, verso la riva del fiume Hudson. Angelina e Nunziatina lavoravano in un grande salone dove c’erano più di un centinaio di macchine tessitrici, Giovanna, invece, era in un altro reparto, quello in cui si confezionavano abiti femminili e, in particolare, vestiti interi che si chiamavano dresses e gonne che si dicevano skirts. Non si trattava di un lavoro pesante in sé, anche se, portato avanti otto-dieci ore al giorno per sei giorni la settimana, era veramente faticoso. La sera si arrivava a casa che si aveva solo voglia di distendersi e pensare ad altro. In compenso, il guadagno era buono. Venivano pagati ogni settimana e la mamma, che teneva i conti, diceva che in un paio di anni avrebbero potuto restituire il prestito allo zio, che non solo aveva anticipato i soldi del viaggio, ma aveva pagato la caparra per la casa e i primi mesi di affitto, oltre ad aver provveduto ad acquistare un po’ di mobili per arredare l’appartamento. Tutto in economia è vero, senza lusso e guardando all’essenziale come anche per i vestiti e il mangiare. Ma, comunque, si trattava di spese non indifferenti per una famiglia di sette persone. Maria, invece, che non aveva ancora compiuto 14 anni, aiutava la mamma in casa e Caterina era stata iscritta a una scuola e vi si recava tutte le mattine e qualche volta anche il pomeriggio.
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ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo II L’ESPERIENZA AMERICANA 2. Arrivo a New York Qualche ora dopo, la nave sembrò entrare in una grande baia, ma non si vedevano grandi edifici. Non siamo ancora a New York spiegò il fratello Giuseppe che era andato a informarsi –, questa è Raritan Bay, la baia di Raritan, ora imboccheremo la foce di un fiume che si chiama Hudson. La città di New York è costruita su una grande isola che si trova in questo fiume. E infatti la nave imboccò una sorta di stretto a imbuto che misurava, all’inizio, poco più di mille metri che, procedendo, si andava aprendo. in fondo spiegò ancora Giuseppe c’è New York e l’isola su cui è costruita si chiama Manhattan. attraccherà la nave, ma poi ci faranno salire su un traghetto e ci porteranno in un’isola chiamata Ellis Island, dove dovremo fare dei controlli. È una nuova legge in vigore da alcuni anni per evitare che in America arrivino gente malata o inabile. E quelli che non superano la visita vengono rimandati in patria. Non mi sembra giusto commentò Caterina che era la sorella più piccola; non aveva ancora 10 anni e già manifestava un carattere vivace –, dopo aver fatto tanti sacrifici, speso tanti quattrini e rischiato persino la vita, ti rimandano a casa… Non mi pare che abbiano un grande senso dell’accoglienza. Lo stesso pensiero era venuto anche a Giovanna ma, siccome era più prudente della sorella, non aveva detto niente e poi era stata subito distratta da ciò che appariva ai loro occhi. La nave, infatti, si stava dirigendo verso un isolotto sul quale si ergeva una grande statua di donna con una fiaccola nella mano destra e un libro nella sinistra e sul capo una corona a forma di stella con tante punte. Ecco, quella è la statua della libertà aggiunse Giuseppe –. L’hanno regalata i francesi agli americani ed è stata inaugurata dieci anni fa. Pensavo che fosse la Madonna disse Giovanna. Qui in maggioranza sono protestanti commentò padre Daniele, che intanto si era avvicinato al gruppetto di liparesi e come saprete i protestanti non venerano la Madonna. Ho sentito quanto diceva prima Caterina sull’accoglienza e sono d’accodo con lei. Se manca un vero spirito di accoglienza, che cos’è la libertà? Ed ecco Ellis Island dove torneremo fra poco, vi faccio tanti auguri perché le cose vadano nel migliore dei modi. Passarono due giorni a Ellis Island, giacché tanti ce ne vollero per tutti i controlli e le visite. Prima una lunga attesa in un grande salone, spazioso e alto quanto non ne avevano mai visto, tutti in fila lungo ringhiere di metallo, per andarsi a registrare; poi la visita medica, ma anche alcune strane prove con oggetti di legno e di metallo dalle più svariate forme. A che cosa servono chiese Caterina. Si chiama prova attitudinale disse una signora che era vicino a loro e pareva molto bene informata –, dovrebbe verificare l’intelligenza di una persona, perché qui la stupidità la giudicano una malattia e chi non supera questa prova viene rimandato indietro. Oh Madonna santa mormorò Nunziata –, ci mancherebbe solo questo. State attenti ragazzi e tu, Caterina, non fare al tuo solito che sembri che cadi sempre dalle nuvole. Ricordatevi, Angelina, Nunziatina e Giuseppe, che dovrete dire che avete già un lavoro e anche dove andrete a lavorare. Lo zio l'ha raccomandato tanto perchè pare che sia importante per superare i controlli. Ma non ci furono particolari problemi. La famiglia Profilio superò tutte le visite e tutte le prove e già la sera del giorno dopo sbarcò a Battery Park, dove erano ad attenderli, fin dalla mattina, i parenti: lo zio Bartolo Marchese, fratello della mamma di qualche anno più giovane, sua moglie Francesca, e i figli dai nomi americani Joseph, Tom e Mary. Giovanna, come il fratello e le sorelle, era frastornata da quelle novità che a ritmo continuo le apparivano dinanzi agli occhi. Già la vista di New York con i suoi palazzi altissimi, che si chiamavano grattacieli ,l’aveva impressionata e intimorita al tempo stesso. E se la cittadina di Lipari, vista da Pirrera, poteva incutere qualche preoccupazione per le storie che si raccontavano, ora questa metropoli non poteva che aumentare i timori con le sue incognite sul futuro. Ma, al tempo stesso, questo mondo l’affascinava e non vedeva l’ora di conoscere gente nuova. Si chiedeva come sarebbe stata la casa dove avrebbero abitato, la fabbrica dove avrebbero lavorato, la vita che avrebbero condotto. Guardava la zia e i cugini che le sembravano così diversi da loro, così eleganti in confronto ai loro poveri vestiti, così curati nella persona mentre loro, oltretutto, venivano da un viaggio disastroso di due settimane, durante il quale il lavarsi e il pettinarsi era sempre una cosa approssimativa. Zii e cugini furono molto affettuosi. La mamma, abbracciando il fratello e la cognata, pianse di commozione, e anche questi avevano gli occhi lucidi. Well disse lo zio Bartolo in una lingua strana che era per lo più dialetto liparese con diverse parole che non avevano mai sentito e che dovevano essere americano go a casa a manciare e a dòrmiri. Cinni sarà tempu pi parlari. Dumani è duminica e ci si riposa. Poi monday, lunedì, tutti a travagghiari: i fimmini in una farm di vestiti, Giuseppe in uno store, putìa ranni unni vinnianu di tuttu. Le prime settimane, la famigliola visse nella casa dei parenti in Macdougal street. Nunziata e le figlie in una grande stanza, mentre Giuseppe dormiva con i cugini. La casa era grande con tante comodità che a Lipari non avevano mai visto, come l’acqua corrente calda e fredda in bagno e in cucina e il riscaldamento in tutte le stanze. Era un appartamento in un grande caseggiato in cui abitavano altre famiglie. Giovanna chiese subito se la chiesa di Sant’Antonio dei francescani italiani fosse vicina o lontana. È qua vicino, gli rispose la zia, a cento metri o poco più, in Sullivan street. L’hanno inaugurata proprio otto anni fa ed è la prima parrocchia per emigrati italiani in New York. Nella stessa strada c’è anche un appartamento che potrebbe divenire la vostra abitazione. Lunedì, se vorrete, potremmo andare a visitarlo. Vedete, questo è un quartiere dove abitano molti italiani, ma non è il vero quartiere italiano che chiamano “little Italy”, piccola Italia. Quello è a quattrocento metri di distanza, fra Baxter e Mulberry street, conosciuto anche come i “Five Points”, i Cinque Punti. Non sono bei posti. Sono case brutte e sporche, dove la gente vive come le bestie in stanze dove dormono, a turno, venti, trenta persone. Non sono zone raccomandabili ed è bene che soprattutto le ragazze se ne stiano a distanza. Molti nostri connazionali hanno importato la malavita che praticavano a casa loro e vivono con il gioco d’azzardo, con i furti, con il contrabbando di dollari falsi, l’usura. Come vedrete, a New York si lavora molto soprattutto nell’edilizia. Si costruiscono grattacieli, teatri, ferrovie, ecc. E spesso in questi lavori si infiltrano delinquenti che con la violenza cercano di approfittare del lavoro degli altri. Questo succede in tutta New York, ma la zona di Five Points si è fatta una particolare brutta fama e si mormora che sia il covo di diverse bande, per cui la polizia fa spesso irruzione. Il giorno dopo, domenica, Giovanna si alzò per tempo e andò alla chiesa di Sant’Antonio. Si era fatta spiegare la strada la sera prima dalla zia e non ebbe problemi a trovarla, anche perché era veramente molto vicina. Non solo, ma si trattava di percorrere strade lunghe, larghe e tutte diritte che intersecavano altre strade lunghe, larghe e diritte. Una realtà diversa da Lipari, che era formata da vicoli stretti e per lo più tortuosi, perché giravano intorno al castello. Giovanna percorse per una cinquantina di metri Macdougal street e si trovò in un grande viale chiamato West Houston street, qui girò a sinistra e, proprio sull’angolo della strada successiva che era Sullivan street, trovò la chiesa. Questa fece subito una forte impressione a Giovanna. Non aveva mai visto una chiesa così grande, più grande della cattedrale di Lipari. Tutta in mattoni rossi con un grande rosone sul frontone in alto e un alto campanile che la sormontava di almeno una decina di metri. Vi si accedeva tramite una scalinata di una decina di gradini e, quindi, attraverso tre porte, una centrale e due laterali, che immettevano in una sorta di ingresso e da qui nella chiesa vera e propria formata da tre navate e tutta illuminata da grandi vetrate a colori che si aprivano lungo le pareti e nell’abside. La navata centrale conduceva all’altare maggiore sul quale, sotto un’edicola, vi era la Madonna che porgeva il Bambino a sant’Antonio. A fianco dell’edicola che in alto mostrava il simbolo francescano dei due bracci incrociati, uno nudo e uno vestito col saio, con in mezzo la croce due angeli armati di spada come se fossero una guardia d’onore. A destra e a sinistra dell’altare maggiore e poi lungo le pareti laterali, vi era tutta una serie di santi, probabilmente santi patroni dei paesi di origine, voluti dalle diverse confraternite che coltivavano nell’emigrazione i loro culti e le loro tradizioni. Erano ormai le nove di mattina e, appena Giovanna fu in chiesa, iniziò la messa che era in italiano. Dopo la messa, Giovanna andò in sacrestia e chiese di padre Daniele, spiegando che era un frate nuovo che doveva essere arrivato uno o due giorni prima. Fu così indirizzata al convento che era proprio di fronte alla chiesa. Padre Daniele fu lieto di rivedere Giovanna e questa, per prima cosa, gli comunicò che la casa degli zii era vicinissima e che, probabilmente, loro sarebbero andati ad abitare proprio in Sullivan street e, quindi, avrebbe potuto frequentare la chiesa ogni giorno. E, infatti, la casa dove la famiglia Profilio andò ad abitare si trovava forse a meno di cento metri dalla chiesa sullo stesso marciapiede. Era un grande caseggiato anch’esso in mattoni rossi, come la chiesa con balconi e grandi finestroni che si affacciavano sulla via. Su alcuni di essi vi erano delle scale di ferro, che normalmente erano issate per impedire che le si potesse usare dalla strada. Servono era stato spiegato in caso di incendio o per qualunque emergenza, quando non si possono usare le scale interne e gli ascensori. Allora vengono calate e permettono di evacuare appartamenti e l'edificio. È una norma di sicurezza che si va diffondendo a New York dove non sono rari casi di incendio sia per guasti all’energia elettrica come anche ai sistemi di riscaldamento. Il loro appartamento era al terzo piano e contava quattro stanze e i servizi con una grande cucina, dove la famiglia poteva consumare i pasti comodamente tutti i giorni. In una stanza avrebbero dormito la mamma, Giovanna e Caterina, in un’altra Angelina, Nunziatina e Maria e nella terza stanza, che era più piccola delle altre, Giuseppe. La stanza più grande avrebbe fatto da soggiorno e da stanza di accoglienza per ricevere gli ospiti. Lo store dove lavorava Giuseppe, assunto come commesso, era un grande magazzino che vendeva soprattutto generi alimentari, ma anche tutto quello che poteva servire alla casa ed era a meno di un chilometro dalla loro abitazione sulla Broadway. La fabbrica dove lavoravano le ragazze produceva tessuti e vestiti che qui chiamavano clothes, e anch’essa non era molto distante da Sullivan street, ma dalla parte opposta di dove lavorava Giuseppe, verso la riva del fiume Hudson. Angelina e Nunziatina lavoravano in un grande salone dove c’erano più di un centinaio di macchine tessitrici, Giovanna, invece, era in un altro reparto, quello in cui si confezionavano abiti femminili e, in particolare, vestiti interi che si chiamavano dresses e gonne che si dicevano skirts. Non si trattava di un lavoro pesante in sé, anche se, portato avanti otto-dieci ore al giorno per sei giorni la settimana, era veramente faticoso. La sera si arrivava a casa che si aveva solo voglia di distendersi e pensare ad altro. In compenso, il guadagno era buono. Venivano pagati ogni settimana e la mamma, che teneva i conti, diceva che in un paio di anni avrebbero potuto restituire il prestito allo zio, che non solo aveva anticipato i soldi del viaggio, ma aveva pagato la caparra per la casa e i primi mesi di affitto, oltre ad aver provveduto ad acquistare un po’ di mobili per arredare l’appartamento. Tutto in economia è vero, senza lusso e guardando all’essenziale come anche per i vestiti e il mangiare. Ma, comunque, si trattava di spese non indifferenti per una famiglia di sette persone. Maria, invece, che non aveva ancora compiuto 14 anni, aiutava la mamma in casa e Caterina era stata iscritta a una scuola e vi si recava tutte le mattine e qualche volta anche il pomeriggio.
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