San Francesco d'Assisi

San Francesco


Queste pagine sulla vita di San Francesco vogliono darti l’opportunità di incontrare l’amico che desideravi da tempo conoscere.


Ad Assisi, otto secoli fa, si è svolta una delle più meravigliose avventure. Un giovane, ritenuto dagli amici il più fortunato, perché ricco e spensierato, un giorno udì la voce di Dio che lo invitava a seguirlo: "Francesco, va’ e ripara la mia Chiesa, che va in rovina!"


Il giovane comprese che l’invito comportava un cambiamento totale della sua vita. Tentennò, ma poi accolse l’invito. Distribuì ai poveri le sue ricchezze, si vestì di sacco, andò per il mondo a predicare il bene e la pace… Si accorse, con stupore, di aver trovato il segreto della vera felicità.


Riuscire a scoprire il segreto di Francesco per raggiungere la vera felicità è quello che desidero anche per te, fratello, e che ti auguro di cuore possa tu ottenere attraverso la lettura della breve storia che ti propongo.


San Francesco ti assista sulla via del bene.


Le Suore Francescane dell’Immacolata Concezione di Lipari

San Francesco visse 44 anni, dal 26 settembre 1182 al 3 ottobre 1226.


Paolo Sabatier lo chiamò "il più grande dei santi che la Chiesa Cattolica ha prodotto nei secoli".

San Francesco d'Assisi onorato da un uomo semplice (Giotto)


La gentilezza del suo animo


Dalla mamma ricevette una spiccata educazione civile e religiosa: la gentilezza e la bontà furono le sue caratteristiche. Il primo biografo lo dice: "Dolce d’animo, amabile nel tratto, ilare nel volto, affabile nel parlare; indulgente con gli altri, severo con se stesso, grazioso in tutto". (I Celano, 83)


Dal padre, Pietro di Bernardone, imparò l’arte del mercante; ma Francesco preferiva la vita spensierata, la compagnia degli amici, le allegre scampagnate, i canti. Ricco e intraprendente, aveva davanti a sé un avvenire splendido. Ben presto i suoi coetanei si accorsero di lui; gli si strinsero attorno con affetto e ammirazione senza limiti e lo proclamarono il re delle feste.

Sogno di San Francesco d'Assisi (Giotto)


L’ideale cavalleresco


Ai tempi di Francesco, la gioventù di tutta Italia era affascinata dagli ideali della cavalleria. Ovunque si cantavano le gesta degli eroi e si narravano le imprese di Re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda. Francesco era perdutamente portato a subire l’influsso di questi ideali per il fatto che sua madre, Giovanna Pica, era provenzale. A vent’anni, la vita per lui era tutto uno sbocciare di sogni e di speranze.


Parte per le Puglie


La notizia che Gualtiero di Brienne si accingeva partire per le Puglie, per combattere sotto la bandiera del Papa, infiammò l’animo di Francesco, che decise di seguirlo sperando di coprirsi di gloria. Si fece preparare una splendida armatura e con un drappello di giovani si diresse verso il Sud. Ma, dopo pochi chilometri, a Spoleto, si ammalò.


La voce del Signore


Costretto a fermarsi durante la notte, in un sogno udì una voce: "Francesco, chi può giovarti di più: il padrone o il servo?". Rispose: "Il padrone!". "Allora - continuò la voce - perché abbandoni il padrone per seguire servo?".


Francesco comprese che quella era la voce del Signore; timoroso, chiese: "Oh Signore, cosa vuoi che io faccia?". Gli disse la voce: "Ritorna ad Assisi, là ti sarà detto quello che dovrai fare."


Al mattino, Francesco si accomiatò dai suoi compagni e, ancora febbricitante, prese la via del ritorno.

San Francesco e il lebbroso


L’incontro con il lebbroso


Ad Assisi, mentre un giorno stava cavalcando fuori dalle mura della città, gli venne incontro un lebbroso. Istintivamente gli venne di fuggire, ma si fermò, guardò con tenerezza quell’essere ripugnante, scese di sella, gli andò incontro, lo abbracciò teneramente e gli scoccò un bacio.


Con questo atto, Francesco aveva vinto la sua più grande battaglia. Ora si sentiva un altro. Egli aveva compreso che sotto le spoglie doloranti di quel lebbroso c’era Gesù sofferente.

San Francesco d'Assisi prega davanti al Crocifisso di San Damiano (Giotto)


Il Crocifisso di San Damiano


La voce del Signore non tardò a farsi riudire. Un Mattino si trovava assorto in preghiera, nella chiesetta di San Damiano, davanti a un antico Crocifisso. Nel silenzio profondo udì una voce: "Francesco, alzati, va’ e ripara la mia casa che cade in rovina!". Sulle prime la ritenne una allucinazione. Ma la voce si fece udire ancora, più accorata: "Francesco, alzati, va’ e ripara la mia casa che cade in rovina!". (Quella di Francesco fu una chiamata straordinaria. Ordinariamente il Signore chiama nella preghiera con buone ispirazioni e per mezzo della lettura di un buon libro, della visione di un film, dell’invito di un amico…Uno dei mezzi più efficaci è la vita esemplare dei genitori).


Crocifisso di San Damiano)


Francesco prese alla lettera l’invito del Signore. Corse a casa, vendette delle stoffe e con il ricavato incominciò a restaurare, l’una dopo l’altra, alcune chiese cadenti: San Damiano, San Pietro e più tardi la Porziuncola.

Apparizione di San Francesco d'Assisi al capitolo di Arles (Giotto)


I primi Frati


La sua parola era affascinante e persuasiva, perché avvalorata dalla testimonianza della vita. Gli ascoltatori aumentavano di giorno in giorno.


Alcuni giovani decisero di seguirlo. Francesco disse loro: "Se volete seguirmi, vendete ciò che possedete e il ricavato datelo ai poveri".


Il primo a seguirlo fu Bernardo di Quintavalle. Era uno dei più nobili e ricchi di Assisi.


Per distribuire ai poveri le sue ingenti ricchezze ci vollero alcuni giorni.


Sulla piazza di Assisi lunghe file di poveri ricevettero da lui "un bel gruzzolo, un sorriso e una parola fraterna". (cfr. Fioretti, cap. II).


A Bernardo si unirono altri: prima Pietro di Cattaneo, poi Egidio d’Assisi, Silvestro, Ruffino, Giovanni della Cappella, Leone, Ginepro, Sabbatico, Masseo, Angelo Tancredi e Morico. Fra di essi vi erano ricchi borghesi, contadini, cavalieri, artigiani e due preti. Attorno a Francesco formarono una piccola corona di amici, votati come lui alla causa del Signore.


Frati Minori


Il popolo incominciò subito a conoscerli e a stimarli: li chiamava i "penitenti di Assisi". Ma a Francesco non piaceva tale denominazione, perché non esprimeva il loro ideale di vita semplice, gioiosa e fraterna. Preferì che fossero chiamati "i frati minori", cioè i nullatenenti, gli ultimi, i sottomessi a tutti.


Infatti si erano prefissi di condividere la condizione dei poveri, di mettersi al loro servizio, come aveva fatto Gesù, che pur essendo ricco si fece povero cioè "minore": il più povero e umile tra i poveri.


La Prima Dimora


Come loro dimora abituale scelsero un tugurio abbandonato, in località Rivotorto, ove ogni sera si ritrovavano, pregavano insieme, consumavano il pasto dei poveri, poi si coricavano sul pavimento per riposare. Il rifugio era sprovvisto di tutto... eppure, i frati vi si trovavano bene, come in una reggia: la reggia di Madonna Povertà.


Francesco preparò poi una Regola di vita per i suoi frati, compendiandola nell’osservanza del santo Vangelo: "Questa è la vita dei frati minori: osservare il santo Vangelo vivendo in obbedienza, povertà e castità".

Sogno di papa Innocenzo III (Giotto)


Accolto dal Papa


A Roma furono accolti con benevolenza dal Papa Innocenzo III.


Li ascoltò, ma prima di approvare la Regola chiese alcuni giorni di riflessione.


Egli avrebbe preferito che Francesco avesse adottato la Regola monastica di S. Agostino o S.Benedetto. Ma il Santo aveva già fatto la sua scelta: per i suoi frati aveva voluto come regola il Santo Vangelo.


San Francesco d'Assisi predica davanti a papa Onorio III (Giotto)


Durante la notte il Pontefice ebbe una visione: vide in sogno la basilica del Laterano che stava per crollare. Terrorizzato, egli assisteva all’imminente rovina, quando sopraggiunse un uomo:


era piccolo di statura, scalzo e vestito poveramente; si avvicinò alla basilica ed offerse la sua spalla per sostenerla.


A quel tocco, come per incanto, tutto ritornò tranquillo.


La Regola


Era un programma di vita che, per essere vissuto, richiedeva una generosità da eroi. Ma era anche un programma che apriva orizzonti sconfinati alla libera iniziativa dei frati.


La Regola necessitava dell’approvazione del Sommo Pontefice; per questo Francesco decise di andare a Roma, insieme ai suoi frati. Era una strana comitiva quella, che nel 1209 si mise in cammino; dodici miserabili straccioni che camminavano pregando e cantando allegramente. Nulla li turbava e preoccupava: dal loro volto traspariva la serenità dell’animo.


Innocenzo III approva la Regola francescana (Giotto)


La Regola è approvata


Innocenzo III, in quel povero, riconobbe Francesco.


Comprese, allora, il significato del sogno: Iddio si sarebbe servito dei "frati minori" per salvare la sua Chiesa. Il mattino seguente, fece chiamare Francesco e i suoi frati; li abbracciò teneramente uno ad uno, ne approvò la Regola e si accomiatò da essi benedicendoli paternamente.


Francesco e i suoi compagni ripresero subito la via del ritorno.


Lungo la strada erano attesi dalla povera gente, che si stringeva attorno ad essi per conoscerli ed ascoltarli.


Dopo ogni incontro, il Santo benediceva i presenti e insieme ai frati riprendeva il cammino cantando le lodi del Signore.


L’approvazione della Regola e le parole del Sommo Pontefice avevano riempito il loro cuore di una gioia indescrivibile.


Dopo alcuni giorni di cammino raggiunsero Assisi e andarono a rifugiarsi ancora a Rivotorto, dove ripresero, con entusiasmo la loro vita di preghiera e di penitenza.


Le pareti screpolate di quel povero tugurio furono testimoni di episodi di ingenuo candore.

Lavoro ed Evangelizzazione


L’attività dei frati, alla Porziuncola, era identica a quella che avevano svolto a Rivotorto.


Ogni mattino, dopo la preghiera, essi sciamavano e, a due a due, andavano ovunque vi fosse stato del bene da fare: lavoravano nei campi, curavano i lebbrosi, aiutavano i preti anziani e ammalati.


Non avevano alcuna preoccupazione per il domani, ma confidavano nella Provvidenza, che non faceva mai mancare loro il necessario per vivere.


La gente era sbigottita al vedere Francesco e i suoi compagni andare a piedi nudi, vestiti di sacco, comportarsi come fossero diventati i più ricchi del mondo.


Una loro caratteristica era la gioia: gioia divina che trapelava dalle loro azioni e ricadeva sulle persone che avvicinavano.


Quando predicava sulle piazze, o in mezzo ai campi, la gente incuriosita, li attorniava; qualcuno li scambiava come menestrelli e si aspettava da essi racconti di cavalieri erranti o il canto di serventesi, ma subito si accorgevano che le loro parole semplici e disadorne avevano ben altro da offrire.


Essi raccontavano la vita, la morte e la resurrezione di Gesù; parlavano dei vizi e delle virtù, e lo facevano con tanta semplicità ed efficacia da commuovere i loro uditori e indurli a seguire il loro ideale di vita.

Il Terzo Ordine Francescano


Anche uomini e donne, legati da impegni familiari, desideravano seguire l’ideale di Francesco, attirati dalla sua parola e dal suo esempio.


Il Santo pensò anche ad essi: dal suo grande cuore nacque il Terz’Ordine Francescano, che permetteva, a chi non poteva abbandonare la propria famiglia, di vivere secondo una regola. Chi vi aderiva rifiutava l’uso delle armi e si impegnava a lottare in difesa della dignità umana, contro ogni violenza, lo spirito feudale, l’usura e l’odio di classe.


Furono attratti da questo meraviglioso ideale uomini di tutte le professioni e condizioni sociali.


Con questa creazione, Francesco raggiunse il vertice della sua genialità: riuscì a valorizzare i laici, immettendoli nell’apostolato attivo pur restando in famiglia o negli impegni di lavoro.


Questo oggi non desta meraviglia perché dopo il Concilio Vaticano II siamo abituati a vedere i laici impegnati nell’apostolato.


Prima di S. Francesco chi intendeva impegnarsi nell’apostolato e tendere alla perfezione, doveva ritirarsi nei deserti, entrare nelle trappe cistercensi o nelle roccaforti benedettine.

Sorella Chiara


Sorella Chiara e le povere Dame


Una delle regole più illustri, attirate dalla santità di Francesco, fu Chiara di Assisi.


Era ricca e bella, con una capigliatura d’oro; pareva una figura di sogno; avrebbe potuto anch’essa accettare la vita facile, ma aveva ascoltato più volte Francesco mentre predicava e aveva deciso di seguirlo.


Una notte fuggì di casa insieme ad una amica e raggiunse S. Maria degli Angeli per consacrarsi al Signore. Narrano i fioretti che quella notte era "più chiara" del solito e le stelle occhieggiavano dall’alto per proteggere il suo cammino.


Nella cappella della Madonna Francesco le recise i biondi capelli, la rivestì di una rozza tonaca e cambiò la sua ricca cintura con una ruvida corda.


Aveva così inizio il secondo Ordine francescano detto delle Povere donne o dame, perché formato di donne che rinunciano a tutto per seguire lo stesso ideale di Francesco.


Chiara insieme ad altre amiche si rinchiuse nel monastero di S. Damiano, dove visse per tutta la vita nella preghiera e nella penitenza.

San Francesco d'Assisi dona il mantello al povero cavaliere (Giotto)


Amico dei Poveri


Aveva una predilezione per i poveri.


Voleva che i suoi frati formassero una sola famiglia con essi.


Per lui era naturalissimo che i poveri avessero diritto all’ospitalità dei frati.


Non tollerava che si dessero giudizi poco caritatevoli nei loro riguardi.


Ad un frate che aveva detto ad un povero: "Non vorrei che tu simulassi di essere povero, mentre non lo sei!". Impose di inginocchiarsi davanti a lui e di chiedergli perdono.


Diceva che chi maltrattava un povero offendeva Gesù, che lo rappresenta.


Quando faceva l’elemosina, provava tanta gioia da sembrare il beneficiato più che il benefattore. E soffriva quando non aveva nulla da offrire ai poveri.


Un giorno era giunta alla porta del convento la madre di un frate per chiedere l’elemosina. Francesco ordinò al superiore di darle più elemosina che potesse; ma non vi era più niente in casa, perché era stato dato tutto ai poveri.


Il superiore presentò al Santo il libro del Nuovo Testamento, unica cosa rimasta in casa. Francesco gli disse: "Dallo a questa nostra madre perché lo venda e possa avere denaro per le sue necessità. A Dio piacerà di più questo atto di carità che la nostra lettura a mattutino!"


Così la prima copia del Nuovo Testamento, che ebbe l’Ordine francescano, che sarebbe rimasta un monumento storico, non c’è più perché donata in elemosina ad una poveretta.

Portatori di Gioia


Francesco voleva che i suoi frati fossero sempre lieti e sereni.


Li chiamava i "giullari di Dio" e diceva loro che il Signore li aveva scelti "perché andassero nel mondo a rallegrare gli uomini e a muoverli a santa letizia".


Voleva che evitassero la "pessima malattia della malinconia" e che i loro peccati li pensassero nelle loro celle ed ivi li piangessero, ma ritornando tra i fratelli deponessero la mestizia e si mostrassero lieti, allegri e graziosi.


Nella prima Regola dice: "I frati non devono mai mostrarsi tristi e turbati in volto, ma siano costantemente sereni nel signore, e portatori di letizia".

Il lupo ammansito


L'amore per la natura


Amava teneramente tutte le creature: per esse sentiva una tenerezza che lo faceva gioire e soffrire. Le piante gli ricordavano la croce di Cristo e soffriva molto nel vederle tagliare. Ai giardinieri consigliava di lasciare incolto un angolino del giardino perché potessero nascere e crescere liberamente anche le erbe e i fiori selvatici. Deviava il cammino per non schiacciare un insetto. Comprava l’agnellino destinato al macello. Restituiva alla libertà il pesciolino appena pescato, l’uccellino ingabbiato.


Le creature contraccambiavano il suo amore rispondevano alle sue carezze. Ecco alcuni episodi:


Passando lungo la strada, nei pressi di Siena, scorse un branco di pecore al pascolo; avendole salutate dolcemente, gli vennero incontro belando e saltellando allegramente.


Un giorno, gli regalarono un leprotto, presso al laccio; il santo l'’accarezzò e poi lo lasciò andare, ma il leprotto preso al laccio ritornò ripetutamente da lui.


Alla Verna, un falco lo svegliava ogni notte allora dell’ufficio; ometteva di svegliarlo qualora il Santo fosse ammalato.


Ad Alviano, durante una predica, ordinò alle rondini di tacere ed esse obbedirono.


A Gubbio, un lupo feroce alle sue parole si ammansì e divenne amico di tutti.


San Francesco d'Assisi predica agli uccelli (Giotto)


La predica agli uccelli


Aveva una predilezione per gli uccelli e, quando li udiva, amava unirsi a loro, recitando il breviario. Su di essi aveva un ascendente tutto particolare. Quando si inoltrava nei boschi o lungo le strade solitarie, gli uccellini gli svolazzavano attorno e lo festeggiavano con gorgheggi a non finire.


Nei pressi di Bevagna, un giorno, gliene vennero incontro tanti da sembrare che tutti gli uccelli della zona si fossero dati convegno in quel luogo. Alcuni gli si posarono sulle spalle, altri sul cappuccio, altri sulle mani; la maggior parte si appollaiò ai suoi piedi. Il Santo sorrise amorevolmente e rivolse loro la parola: "Fratellini miei, molto dovete lodare il vostro Creatore, poiché vi ha dato le piume per vestirvi, le penne per volare e tutto ciò che vi occorre per il vostro bisogno; voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi protegge e governa. Voi dovete lodarlo e amarlo sempre!" Mentre egli parlava, essi chinavano le testoline e battevano le ali per l’allegrezza. Sembrava che capissero quanto Francesco diceva.

Il Capitolo delle Stuoie


Il Capitolo delle Stuoie


Francesco amava soprattutto i suoi frati; desiderava vederli spesso e tutti, per intrattenersi in mezzo a loro, per ascoltarli e gioire del bene che facevano.


È rimasto famoso l’incontro passato alla storia con il nome di "Capitolo delle Stuoie", al quale parteciparono ben 5000 frati; fra essi vi era anche Sant’Antonio da Padova. I frati si accamparono attorno alla chiesina della Porziuncola, a gruppi "dove quaranta, dove cento, dove duecento, dove trecento insieme; tutti occupati solamente in ragionare di Dio".


Erano sprovvisti di tutto; si riparavano con graticci improvvisati, dormivano per terra e mancavano completamente di cibo; ma Dio ispirò la buona gente umbra a rifornirli: "ed eccoti venire uomini con cavalli carichi di pane e vino ed altre buone cose da mangiare."


Alla fine dell’incontro, Francesco benedisse tutti sui frati e, commosso, disse loro: "Figli miei, grandi cose abbiamo promesso, ma troppo maggiori sono state promesse a noi; attendiamo a queste e aspiriamo a quelle; breve è il patire, infinita la gloria; la retribuzione sarà di tutti!"

San Francesco si imbarca da Ancona verso l'oriente (Gaetano Bocchetti, 1937 - santuario San Giuseppe da Copertino, Osimo)


Verso l’Oriente


Fu durante questo incontro che i frati, prima di lasciarsi, decisero di estendere il loro apostolato anche gli infedeli.


Molti di essi partirono subito, a due a due, e si spinsero nelle terre più lontane.


Francesco, in un primo momento, raggiunse la Francia e la Spagna, poi "accesso dal desiderio del martirio", si spinse al vicino Oriente.


In Egitto, riuscì ad avvicinare il sultano Melek el Kamel. Gli propose di convertirsi a Cristo insieme a tutto il suo popolo, ma la sua richiesta fu vana. Per comprovare la verità della sua dottrina, Francesco propose al sultano di sfidare i suoi sacerdoti con la prova del fuoco: chi fosse rimasto illeso sarebbe stato ritenuto nella verità. Il sultano accettò, ma nessuno dei suoi sacerdoti vuole sottoporsi alla prova, anzi insistevano con lui di mozzare la testa a Francesco. Il sultano, che era un uomo magnanimo e generoso, non solo lo lasciò libero, ma, colpito dalla sua semplicità e sincerità, gli fece alcuni doni e gli consegnò un lasciapassare per visitare i suoi territori.

Morte e resurrezione del fanciullo di Suessa (Giotto)


Il ritorno in Patria


In Terrasanta, Francesco rimase soltanto alcuni mesi. Ritornò in Italia approdando a Venezia; qui, scese a Verona, Brescia, Mantova; poi, passo il Po e si fermò a Cannetolo di Fontanellato, dove guarì un bambino; a Parma, dove predicò in piazza; a Bologna, dove trovò i suoi frati in una "loro casa" e li fece sloggiare dal convento, perché non conforme alla povertà. In alcuni di questi luoghi, il suo passaggio è testimoniato da ricordi.

Preghiera e penitenza


Ritornato ad Assisi, si dedicò, principalmente alla preghiera e alla penitenza. La sua preghiera "non era di pochi minuti, ma lunga per durata e piena di devozione ... e, quando pregava nelle selve e nelle solitudini, riempiva i boschi di gemiti, bagnava il suolo di lacrime, si batteva il petto con la mano ... non era piu un uomo che pregava, ma era diventato lui stesso, con tutto il suo essere, preghiera".


Amava fuggire la compagnia degli uomini e ritirarsi in luoghi solitari, per poter dialogare familiarmente con il suo Dio. I suoi luoghi preferiti furono: Greccio, le Carceri, Fontecolombo, Poggio Bustone, lo Speco vicino a Narni, Monte Casale, La Verna.

Presepe di Greccio (Giotto)


Ideatore del presepio


Un giorno, Francesco, mentre vagava nel bosco dell’Eremo di Greccio, scorse una grotta che gli parve tanto simile a quella in cui era nato Gesù. Gli balenò subito l’idea di utilizzarla per rappresentare dal vivo la scena del Santo Natale. Comunicò questa idea a un certo Giovanni Velita, il quale lo aiuto a preparare la grotta: vi portò un bue e un asinello e riempì la mangiatoia di fieno. Francesco depose sul fieno una statua del Bambino Gesù.


La notte di Natale, i contadini e i pastori della vallata e dei paesi vicini salirono alla grotta, con fiaccole accese e cantando pastorali. A mezzanotte, fu celebrata la Santa Messa. I frati, accorsi anche dagli eremi più lontani, facevano corona attorno all’altare. Al Vangelo, il Santo parlò ai fedeli del grande mistero della nascita di Gesù. Era tanta la gioia che regnava nel suo cuore, che, quando pronunciava il nome di Gesù, si lambiva le labbra e, quando diceva le parola Betlemme, la sua voce sembrava il belato di un angelo.


Quando, alla fine, prese il bambino Gesù tra le braccia, i presenti videro quel Bambino di legno animarsi e muoversi come se fosse vivo. Quella notte fu veramente una notte di paradiso!

Sul Monte della Verna


Francesco amo Gesù con la tenerezza di un amico. Si commuoveva al pensiero che Egli si fosse fatto uomo per salvarci e piangeva di dolore nel contemplarlo in croce.


Dice San Bonaventura: "Ogniqualvolta ricordava la crocifissione di Cristo, non poteva trattenersi dalle lacrime e dai gemiti, come egli stesso ebbe a riferire familiarmente verso la fine della sua vita".


Questo amore verso Gesù Crocifisso lo porto alla piena conformazione con Lui, realizzata pienamente sulla Verna.


La Verna è un monte selvaggio, circondato da alberi centenari. La tradizione lo ritiene uno dei monti che si spaccarono quando Gesù morì sul Calvario. Le sue rocce a strapiombo suscitano brividi in chi sale fino a lassù.


Francesco l’aveva ricevuto in dono dal Conte Orlando di Chiusi. Lassù si era fatto costruire una capanna di frasche, lontano dall’eremitaggio dei frati, dove amava restare solo, per potere digiunare e dialogare più familiarmente con Dio.


Soltanto frate Leone poteva andare da lui, in dati orari e dopo aver preannunciato il suo arrivo con una frase convenzionale.


Stimmate di san Francesco (Gentile da Fabriano)


Le stimmate


Una notte, Francesco era immerso in profonda preghiera e pregava il Signore fra lacrime e sospiri: "Signore mio, Gesù Cristo, fa’ che io senta nell’animo e nel corpo quello strazio che tu sostenesti nell’ora della tua acerbissima passione!"


Gli apparve un serafino con sei ali, circondato da fulgidissima luce; gli abitanti dei paesi vicini credettero che la selva stesse bruciando. L’apparizione durò a lungo e, prima che essa svanisse, il Santo si sentì il corpo trafitto da indicibile dolore. Quando la visione scomparve, si accorse di avere le mani, i piedi e il costato piagati e sanguinanti. Dio aveva ascoltato la sua preghiera e gli aveva impresso nel corpo i sigilli del suo amore: le stimmate.


Frate Leone "pecorella di Dio"


Frate Leone fu il primo ad accorgersi di ciò che era accaduto a Francesco. L’aiutò a riprendersi dal rapimento estatico, quindi con dei pannolini gli fasciò le mani e i piedi e asciugo il sangue che gocciolava copioso dalla ferita del costato; da quel giorno, egli divenne anche il suo infermiere.


Francesco ebbe una predilezione per frate Leone e lo chiamava affettuosamente "pecorella di Dio".


Un giorno, lo chiamò e gli disse: "Pecorella di Dio, ti prego di portarmi un pezzo di pergamena, perché desidero ricompensarti del bene che fai con la mia benedizione." E, con la mano stigmatizzata, scrisse queste parole: "Il signore ti benedica e ti custodisca. Volti verso di te il suo volto misericordioso e ti dia pace. Il Signore ti benedica!" Poi, al posto della croce, tracciò un τ (tau), simbolo della croce.

Addio alla Verna


Dopo aver ricevuto le stimmate, Francesco rimase alla Verna ancora alcune settimane, poi decise di ritornare ad Assisi. Il Conte Orlando gli mise a disposizione un’asinello, perché era impossibilitato a camminare.


Prima di partire, radunò attorno a sé i suoi frati e raccomandò loro di conservare quel luogo, perché benedetto dal Signore. Quindi, li benedisse uno ad uno e, poi, si congedò da loro con parole ricolme di tenerissimo affetto. Quindi partì.


Giunto sulla cima del Monte Foresto, da dove poteva vedere per l’ultima volta la Verna, Francesco scese dall’asinello, si inginocchiò e, con la mano stigmatizzata, tracciò un segno di croce; poi, con grande effusione, diede l’ultimo saluto: "Addio Monte di Dio, addio monte degli Angeli; addio fiori e faggi, che vi levate al cielo, agili come preghiere; addio rocce; addio fratelli uccelli, lieti e canori; addio frate falcone, ti ringrazio della carità che mi hai usato. Addio Verna, il Signore ti benedica; addio!"


Viaggio di dolore e benedizione


Il ritorno dalla Verna, per Francesco, fu un continuo trionfo. La notizia del miracolo delle stimmate si era diffusa rapidamente. Lungo il percorso, la gente lo aspettava e lo fermava per toccargli la tonaca, baciargli le mani e piedi trafitti.


I suoi biografi narrano che, durante il tragitto, egli operò molti miracoli. Così, mentre le stimmate furono il coronamento della sua vita, ora i miracoli sono la conferma della sua santità.


Il viaggio durò alcune settimane, perché Santo era molto debole ed era costretto a fermarsi spesso.


Giunto ad Assisi, dietro le amorevoli insistenze di Santa Chiara, il Santo accettò di andare a San Damiano. Le suore di prepararono una capanna di frasche, dove poteva riposare pregare tranquillamente.

Il Cantico delle Creature


Un giorno, in mezzo al dolore lancinante, Francesco udì una voce che gli disse: "Gioisci, Francesco, il Paradiso è ormai tuo!" A questo annuncio, il suo cuore traboccò di gioia e, ormai cieco, mentre attorno gli uccelli cantavano, con le braccia aperte e gli occhi rivolti al cielo, intonò un canto nuovo: "Altissimu, onnipotente, bon Signore, tue so’ le laude, la gloria, l’honore et onne benedictione."


È questo il Cantico delle Creature, la prima poesia della lingua italiana.


Durante la breve permanenza in vescovado, Francesco venne a sapere che tra il vescovo e il podestà di Assisi regnava una profonda discordia. Ne fu profondamente addolorato e invitò tutti e due alla sua presenza. Quando il Santo ebbe le due autorità vicine al suo giaciglio, sollevò lo sguardo implorante ora verso l’uno, ora verso l’altro, senza dire parola. Poi, invito i suoi frati a intonare il Cantico delle Creature. I due avversari, quasi senza accorgersene, si trovarono ben presto uno nelle braccia dell’altro. Fu allora che Francesco aggiunse al Cantico un nuova strofa: "Laudato sie, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore!"

Il suo testamento


Sentendo avvicinarsi Sorella Morte, Francesco chiamò a sé i suoi frati e dettò loro le sue ultime volontà, che si possono riassumere in tre punti:


  • che i frati si amino tra di loro, come "io li ho sempre amati e li amo";
  • che i frati amino ed osservino "nostra Signora, Santa Povertà";
  • che i frati "siano sottomessi a tutti" e amino i poveri e i sofferenti.

A Santa Maria degli Angeli

Chiese di essere trasportato Santa Maria degli Angeli, perché desiderava morire presso l’umile Chiesa che egli tanto amava. I suoi compagni lo adagiarono su una barella e si avviarono lentamente verso la Porziuncola.


Giunti a metà strada, fece cenno ai suoi frati di fermarsi e li pregò di voltarlo, in modo da poter guardare Assisi. Francesco alzò le braccia e, con un filo di voce, disse: "Il Signore ti benedica, o mia città diletta; in te molte anime si salveranno e molti servi di Dio in te saranno eletti al Regno dei Cieli!"

Sorella Morte


Giunti alla Porziuncola, lo deposero in una capanna a pochi passi dalla cappella.


Essere ritornato in quel luogo di pace lo riempi di tenerezza e disse ai compagni: "Questo luogo è santo, abbiatelo sempre in grande venerazione e non abbandonatelo mai."


Sentendo, poi, avvicinarsi Sorella Morte, si fece stendere nudo sulla nuda terra e, con flebile voce, intonò il salmo 141: "Al Signore innalzo l’anima mia." Poi, completò il Cantico delle Creature con le seguenti parole: "Laudato sie, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare."


Il Giullare di Dio andava incontro a Sorella Morte cantando: era la sera del 3 ottobre 1226.


Uno stormo di allodole accorse e si posò sulla capanna, per dare un estremo saluto a colui che con esse aveva gareggiato per lodare "l’altissimo, onnipotente, bon Signore".

Conclusione


San Francesco è un santo originale. È originale suo modo di parlare, di agire, il suo stesso modo di morire.


Francesco fu originale perché fu semplice. Il suo primo biografo così lo descrive: "Egli era gentile, cortese, buono, semplice: santo tra i santi, e tra i peccatori come uno di loro." Non è stato astuto, non ha giocato di tattica: ha creduto sempre alla bontà. Non ha temuto neppure la morte, anzi l’ha cantata come sorella e l’ha accolta con gioia.


Agli uomini di oggi Francesco propone il messaggio che conduce alla fonte della vera gioia: "Osservare il Santo Vangelo!"


Francesco, vivendo il Vangelo, ha conquistato la vera libertà e nella libertà ha trovato la "perfetta letizia"... Ha scoperto il segreto della vera felicità.


È quello che auguro anche te, fratello, amico che leggi!


San Francesco ti assista e ti conduca sulla via del bene.


La Pace e il Bene ti accompagnino sempre.