PALERMO

lpffg
ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo I LA GIOVINEZZA A LIPARI 1. In ascolto della voce Nella seconda metà dell’Ottocento a Pirrera, laggiù ad Est della chiesa, in quei terreni ai piedi del ripido sperone, viveva una famiglia di modesti contadini che, grazie al lavoro del padre, oltre a coltivare i campi e produrre il vino e l’olio, aveva avviato un piccolo commercio. Infatti il padre si recava spesso a Napoli, approfittando dei velieri di passaggio, per vendere il vino che produceva. Così la famiglia, che era diventata piuttosto numerosa, viveva, per quei tempi, una vita decorosa e serena. Era la famiglia di Peppe Profilio, che nel 1881, quando voglio fare iniziare il racconto, aveva cinquant’anni. Papà Peppe era un gran lavoratore e, fino a quando ebbe salute, garantì alla famiglia, sempre in crescita, una discreta agiatezza come poteva essere quella di una famiglia contadina di quel tempo. Oltre che un lavoratore, Giuseppe era un marito fedele e un padre affettuoso e aveva una particolare predilezione per Giovanna, la terza figlia, nella quale intravedeva un carattere forte e determinato. La moglie di Peppe era Nunziata, che di anni ne aveva dodici di meno, e poi vi erano quattro figli, dalla più grande, Angelina, che però tutti chiamavano Rosa, e aveva dodici anni, fino ad Antonio chiamato Ninuzzo, il più piccolo, di soli ter anni, gracile e malaticcio. I Profilio avevano avuto anche un altro figlio, il primo, che avevano chiamato Giuseppe come il papà, ma a poco più di un anno se l’era portato via una brutta malattia, e così il nome Giuseppe era passato ad un altro fratellino, che era nato otto anni dopo la morte del primo. Mamma Nunziata era una donna religiosa ma non bigotta, nel senso che sapeva armonizzare la pietà religiosa e i suoi doveri familiari, che non trascurava mai. Era anche severa e persino rigida con i figli. E non tollerava disobbedienze. Questo non voleva dire che non fosse anche amorevole, ma il suo era un amore possessivo, geloso forse, come vedremo, esclusivo. Giovanna lei la protagonista della nostra storia) aveva a quel tempo otto anni. Viveva la vita che si conduceva nelle nelle tranquille contrade di una Lipari, la cui cittadina capoluogo invece tranquilla non era perchè ospitava una colonia di coatti, cioè di persone che si erano macchiate di reati comuni e per questo venivano mandati al confino. Più tardi al confino verranno mandate anche persone di tutt’altra educazione e formazione perseguitate per reati politici. Ma non erano queste persone il problema: il vero problema erano i “coatti” che, ubriacandosi abitualmente, qualche volta lasciandosi andare ad azioni violente o molestando gli abitanti e sopratutto le donne, rappresentavano un fattore di turbativa, di grave degrado sociale e, per molti aspetti, anche un’emergenza igienico-sanitario. Nella campagne, invece, la vita trascorreva serena, cadenzata dal ritmo delle stagioni. Si coltivava la terra, si accudiva al pollaio e agli animali domestici, come l’asino e qualche capra per il latte o un paio di pecore per la lana, una volta la settimana si impastava e infornava il pane e ogni tanto anche qualche dolce e, quando era il tempo, si pigiava l’uva per fare il vino e si spremevano le olive per ricavarne l’olio. Giovanna, oltre a partecipare di questa vita, frequentava la scuola elementare. Tutti i lunedì mattina scendeva con le sorelle Angelina e Nunziatina da Pirrera a Lipari, per un sentiero scosceso e sconnesso che, passando la Serra, a fianco della chiesette della Madonna Assunta, l’accompagnava fino a Bagnomare e poi da lì, costeggiando la Marina San Nicolò, come si chiamava allora Marina Lunga, arrivava alla cittadina. Mezz’ora di strada a passo svelto a scendere, ma a un’oretta buona a risalire il Sabato dopo pranzo. Giovanna non amava molto la scuola, non solo per la fatica che doveva sobbarcarsi tutte le settimane e per il fatto che a Lipari dovevano, tutte e tre le sorelle, cavarsela da sole nella casa di du strittu a Sena, pressapoco dove oggi c’è la chiesetta del Pozzo, ma anche perché le cose che a scuola le insegnavano non la interessavano molto. Va bene imparare a scrivere e a leggere, va bene a fare di conto, ma tutte quelle poesie da studiare che le sembravano vuote e astruse, quelle letture francamente irreali, quei problemi assurdi. E non è che Giovanna fosse una ragazzina svogliata e pigra. Lei di interessi ne aveva tanti, ma non erano quelli che sia affrontavano a scuola. Si stupiva di tutto quanto le accedeva intorno e lo stupore la portava a farsi domande. Si stupiva che nel mese di Marzo, al primo sole tiepido, i prati verdi si riempissero di fiorellini gialli che chiamavano “pratarole” si stupiva e si entusiasmava a vedere i mandorli prima e i peschi poi mettere i fiori che annunciavano la primavera; aveva cominciato a stupirsi fin da bambina, quando da u bagghiu della sua casa osservava, incantata, il volo delle rondini, tutte in fila ordinate. Si soffermava a pensare come mai il mosto diventasse vino, come mai il pane lievitasse, come sbocciassero i fiori e crescessero le piante, come nascessero gli animali domestici. Ecco, il fatto che la natura si trasformasse secondo una propria logica, un proprio disegno, dove sembrava che ogni cosa si collegasse a un’altra, l’affascinava. Sembrava un grande coro, più grande di quello che in chiesa organizzava il cappellano con le ragazze di Pirrera. “Lasciate a casa i grilli” usava dire don Peppino Merlino, il cappellano, rivolto alle ragazze quando sbagliavano. Nella natura ognuno faceva la sua parte senza stonare e non c’era bisogno che qualcuno intervenisse a richiamare chi se ne andava per i fatti propri. E Giovanna sapeva chi era a dirigere questo coro. Sapeva che era stato Dio a creare l’universo e a dare ad esso u ordine. Quando Giovanna pensava a Dio, lo vedeva come un signore molto lontano, sulle nuvole. Più prossimi le apparivano, invece, il suo figlio Gesù e la mamma di lui, la Madonna. Passava ore intere, Giovanna, a contemplare la statua della Madonna e degli angeli nella chiesetta di Pirrera e vi sarebbe rimasta e vi sarebbe rimasta più a lungo se mamma Nunziata non l’avesse richiamata sgridandola, perché c’era tanto da fare in casa e, soprattutto, bisognava accudire al fratello più piccolo, Ninuzzo, che stava sempre male, mentre lei spariva, spesso, quasi per mezza giornata. - Dove sei stata? - le chiedeva un po’ burbera mamma Nunziata. - In chiesa - rispondeva quasi sempre Giovanna - Ho aiutato don Peppino a fare un po’ di pulizia e a sistemare i fiori e, quando lui è andato via, mi sono seduta a guardare la Madonna. - La Madonna sa che in casa c’è tanto bisogno e non è contenta, quando tu te ne stai seduta a correre dietro alle tue fantasie - concludeva la mamma. Ma Giovanna non correva dietro a fantasie. Da qualche tempo aveva intuito che il silenzio era importante per capire la natura, non solo, ma soprattutto che Gesù e la Madonna nel silenzio parlavano. Il silenzio, per lei, era ascolto. Ascolto di un altro che esisteva anche se tu non lo vedevi. Un altro che voleva parlarti, ma che tu non sentivi perché avevi la testa piena di troppi pensieri, di troppe cose, cose tue spesso futili. Un altro che tentava di parlarti , ma tu non stai a sentire. Una volta suo padre le aveva raccontato che ci sono suoni che sentono solo gli animali e non le persone. Glielo aveva detto uno scienziato che aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi. E a Giovanna, nella mente, improvvisamente si era dischiusa una porta. Così aveva cominciato a pensare che forse anche Gesù e la Madonna cercavano di parlare con gli uomini, ma gli uomini non li sentivano perché il loro orecchio non li percepiva. Più ci pensava, Giovanna, e più le sembrava che questo fosse possibile. E un giorno ne parlò a don Peppino. Don Peppino era un prete paziente e stette a sentire la bambina. Poi la guardò fisso con gli occhi che si erano fatti luminosi: Potrebbe essere. Anzi probabilmente e così di santi che sentivano la voce di Gesù e la Madonna ce ne sono diversi. Per esempio san Francesco, per esempio Giovanna d’Arco. A Lourds, più di vent’anni fa, la Madonna è apparsa a Bernadette, una ragazzina di un paesino francese, e le ha parlato. Tu continua a parlare con Gesù e la Madonna e può darsi che un bel giorno essi ti rispondano. E pi, fra qualche mese, farai la prima comunione. In quell’occasione Gesù, comunque, parlerà al tuo cuore e forse...chissà, anche alle tue orecchie. E così Giovanna si mise ad aspettare il giorno della prima comunione. Ora stava con le orecchie e il cuore aperto non solo in chiesa dinanzi alla statua della Madonna, ma in ogni momento della giornata che aveva libero. Ascoltava in silenzio e pregava. Pregava e ascolta in silenzio. E allora sentiva intorno a una grande serenità, sparivano tutti i problemi e le preoccupazioni. Così arrivò il giorno della prima comunione, una splendida mattina di Maggio. Giovanna si recò in chiesa con i genitori, vestita del suo abitino bianco che già era servito alle sue sorelle e che la mamma le aveva adattato. E davanti alla chiesa aveva incontrato le altre bambine, tutte vestite di bianco, tutte eccitate per quella giornata di festa. C’era chi parlava dei regali che aveva ricevuto, chi del pranzo che a casa avevano preparato, ma Giovanna pensava all’incontro con Gesù. Le avrebbe finalmente parlato? Avrebbe sentito la sua voce? Ci aveva pensato tutta la sera precedente appena messasi a letto e aveva e aveva fatto fatica a prendere sonno. Ma poi il sonno era arrivato di botto. La messa e le comunioni furono una bella funzione e don Peppino, alla predica, disse delle cose commoventi. Anzi, ad un certo punto, le sembrò che si riferisse in particolare a lei quando soggiunse: “Parlate a Gesù e vedrete che vi risponderà”. Di ritorno a casa, mentre mamma e papà chiacchieravano con gli altri genitori, Giovanna prese in disparte Angelina, che era la sorella più grande, e aveva già dodici anni. “Gesù mi ha parlato, mentre facevo la comunione” le confidò Giovanna in un sussurro. “Certo” rispose la sorella “Gesù parla sempre al nostro cuore. “Io ho sentito la sua voce” insistette Giovanna “come ora sento la tua”. “Ti ho detto che Gesù parla al cuore” ribatté la sorella con maggiore forza, “ma la sua voce non si sente”. “E io, invece, ti dico che l’ho sentita e mi diceva che, io continuerò a parlargli, lui seguiterà a rispondermi” replicò Giovanna con altrettanta forza. Angelina non se la sentì di ribattere. Era un strana quella sorella e spesso si fissava su delle cose. Così chiuse la conversazione con un suggerimento: “Forse è meglio non dirlo troppo in giro, la gente potrebbe prenderti per pazza.

PALERMO

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ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo I LA GIOVINEZZA A LIPARI 1. In ascolto della voce Nella seconda metà dell’Ottocento a Pirrera, laggiù ad Est della chiesa, in quei terreni ai piedi del ripido sperone, viveva una famiglia di modesti contadini che, grazie al lavoro del padre, oltre a coltivare i campi e produrre il vino e l’olio, aveva avviato un piccolo commercio. Infatti il padre si recava spesso a Napoli, approfittando dei velieri di passaggio, per vendere il vino che produceva. Così la famiglia, che era diventata piuttosto numerosa, viveva, per quei tempi, una vita decorosa e serena. Era la famiglia di Peppe Profilio, che nel 1881, quando voglio fare iniziare il racconto, aveva cinquant’anni. Papà Peppe era un gran lavoratore e, fino a quando ebbe salute, garantì alla famiglia, sempre in crescita, una discreta agiatezza come poteva essere quella di una famiglia contadina di quel tempo. Oltre che un lavoratore, Giuseppe era un marito fedele e un padre affettuoso e aveva una particolare predilezione per Giovanna, la terza figlia, nella quale intravedeva un carattere forte e determinato. La moglie di Peppe era Nunziata, che di anni ne aveva dodici di meno, e poi vi erano quattro figli, dalla più grande, Angelina, che però tutti chiamavano Rosa, e aveva dodici anni, fino ad Antonio chiamato Ninuzzo, il più piccolo, di soli ter anni, gracile e malaticcio. I Profilio avevano avuto anche un altro figlio, il primo, che avevano chiamato Giuseppe come il papà, ma a poco più di un anno se l’era portato via una brutta malattia, e così il nome Giuseppe era passato ad un altro fratellino, che era nato otto anni dopo la morte del primo. Mamma Nunziata era una donna religiosa ma non bigotta, nel senso che sapeva armonizzare la pietà religiosa e i suoi doveri familiari, che non trascurava mai. Era anche severa e persino rigida con i figli. E non tollerava disobbedienze. Questo non voleva dire che non fosse anche amorevole, ma il suo era un amore possessivo, geloso forse, come vedremo, esclusivo. Giovanna lei la protagonista della nostra storia) aveva a quel tempo otto anni. Viveva la vita che si conduceva nelle nelle tranquille contrade di una Lipari, la cui cittadina capoluogo invece tranquilla non era perchè ospitava una colonia di coatti, cioè di persone che si erano macchiate di reati comuni e per questo venivano mandati al confino. Più tardi al confino verranno mandate anche persone di tutt’altra educazione e formazione perseguitate per reati politici. Ma non erano queste persone il problema: il vero problema erano i “coatti” che, ubriacandosi abitualmente, qualche volta lasciandosi andare ad azioni violente o molestando gli abitanti e sopratutto le donne, rappresentavano un fattore di turbativa, di grave degrado sociale e, per molti aspetti, anche un’emergenza igienico-sanitario. Nella campagne, invece, la vita trascorreva serena, cadenzata dal ritmo delle stagioni. Si coltivava la terra, si accudiva al pollaio e agli animali domestici, come l’asino e qualche capra per il latte o un paio di pecore per la lana, una volta la settimana si impastava e infornava il pane e ogni tanto anche qualche dolce e, quando era il tempo, si pigiava l’uva per fare il vino e si spremevano le olive per ricavarne l’olio. Giovanna, oltre a partecipare di questa vita, frequentava la scuola elementare. Tutti i lunedì mattina scendeva con le sorelle Angelina e Nunziatina da Pirrera a Lipari, per un sentiero scosceso e sconnesso che, passando la Serra, a fianco della chiesette della Madonna Assunta, l’accompagnava fino a Bagnomare e poi da lì, costeggiando la Marina San Nicolò, come si chiamava allora Marina Lunga, arrivava alla cittadina. Mezz’ora di strada a passo svelto a scendere, ma a un’oretta buona a risalire il Sabato dopo pranzo. Giovanna non amava molto la scuola, non solo per la fatica che doveva sobbarcarsi tutte le settimane e per il fatto che a Lipari dovevano, tutte e tre le sorelle, cavarsela da sole nella casa di du strittu a Sena, pressapoco dove oggi c’è la chiesetta del Pozzo, ma anche perché le cose che a scuola le insegnavano non la interessavano molto. Va bene imparare a scrivere e a leggere, va bene a fare di conto, ma tutte quelle poesie da studiare che le sembravano vuote e astruse, quelle letture francamente irreali, quei problemi assurdi. E non è che Giovanna fosse una ragazzina svogliata e pigra. Lei di interessi ne aveva tanti, ma non erano quelli che sia affrontavano a scuola. Si stupiva di tutto quanto le accedeva intorno e lo stupore la portava a farsi domande. Si stupiva che nel mese di Marzo, al primo sole tiepido, i prati verdi si riempissero di fiorellini gialli che chiamavano “pratarole” si stupiva e si entusiasmava a vedere i mandorli prima e i peschi poi mettere i fiori che annunciavano la primavera; aveva cominciato a stupirsi fin da bambina, quando da u bagghiu della sua casa osservava, incantata, il volo delle rondini, tutte in fila ordinate. Si soffermava a pensare come mai il mosto diventasse vino, come mai il pane lievitasse, come sbocciassero i fiori e crescessero le piante, come nascessero gli animali domestici. Ecco, il fatto che la natura si trasformasse secondo una propria logica, un proprio disegno, dove sembrava che ogni cosa si collegasse a un’altra, l’affascinava. Sembrava un grande coro, più grande di quello che in chiesa organizzava il cappellano con le ragazze di Pirrera. “Lasciate a casa i grilli” usava dire don Peppino Merlino, il cappellano, rivolto alle ragazze quando sbagliavano. Nella natura ognuno faceva la sua parte senza stonare e non c’era bisogno che qualcuno intervenisse a richiamare chi se ne andava per i fatti propri. E Giovanna sapeva chi era a dirigere questo coro. Sapeva che era stato Dio a creare l’universo e a dare ad esso u ordine. Quando Giovanna pensava a Dio, lo vedeva come un signore molto lontano, sulle nuvole. Più prossimi le apparivano, invece, il suo figlio Gesù e la mamma di lui, la Madonna. Passava ore intere, Giovanna, a contemplare la statua della Madonna e degli angeli nella chiesetta di Pirrera e vi sarebbe rimasta e vi sarebbe rimasta più a lungo se mamma Nunziata non l’avesse richiamata sgridandola, perché c’era tanto da fare in casa e, soprattutto, bisognava accudire al fratello più piccolo, Ninuzzo, che stava sempre male, mentre lei spariva, spesso, quasi per mezza giornata. - Dove sei stata? - le chiedeva un po’ burbera mamma Nunziata. - In chiesa - rispondeva quasi sempre Giovanna - Ho aiutato don Peppino a fare un po’ di pulizia e a sistemare i fiori e, quando lui è andato via, mi sono seduta a guardare la Madonna. - La Madonna sa che in casa c’è tanto bisogno e non è contenta, quando tu te ne stai lì seduta a correre dietro alle tue fantasie - concludeva la mamma. Ma Giovanna non correva dietro a fantasie. Da qualche tempo aveva intuito che il silenzio era importante per capire la natura, non solo, ma soprattutto che Gesù e la Madonna nel silenzio parlavano. Il silenzio, per lei, era ascolto. Ascolto di un altro che esisteva anche se tu non lo vedevi. Un altro che voleva parlarti, ma che tu non sentivi perché avevi la testa piena di troppi pensieri, di troppe cose, cose tue spesso futili. Un altro che tentava di parlarti , ma tu non stai a sentire. Una volta suo padre le aveva raccontato che ci sono suoni che sentono solo gli animali e non le persone. Glielo aveva detto uno scienziato che aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi. E a Giovanna, nella mente, improvvisamente si era dischiusa una porta. Così aveva cominciato a pensare che forse anche Gesù e la Madonna cercavano di parlare con gli uomini, ma gli uomini non li sentivano perché il loro orecchio non li percepiva. Più ci pensava, Giovanna, e più le sembrava che questo fosse possibile. E un giorno ne parlò a don Peppino. Don Peppino era un prete paziente e stette a sentire la bambina. Poi la guardò fisso con gli occhi che si erano fatti luminosi: Potrebbe essere. Anzi probabilmente e così di santi che sentivano la voce di Gesù e la Madonna ce ne sono diversi. Per esempio san Francesco, per esempio Giovanna d’Arco. A Lourds, più di vent’anni fa, la Madonna è apparsa a Bernadette, una ragazzina di un paesino francese, e le ha parlato. Tu continua a parlare con Gesù e la Madonna e può darsi che un bel giorno essi ti rispondano. E pi, fra qualche mese, farai la prima comunione. In quell’occasione Gesù, comunque, parlerà al tuo cuore e forse...chissà, anche alle tue orecchie. E così Giovanna si mise ad aspettare il giorno della prima comunione. Ora stava con le orecchie e il cuore aperto non solo in chiesa dinanzi alla statua della Madonna, ma in ogni momento della giornata che aveva libero. Ascoltava in silenzio e pregava. Pregava e ascolta in silenzio. E allora sentiva intorno a una grande serenità, sparivano tutti i problemi e le preoccupazioni. Così arrivò il giorno della prima comunione, una splendida mattina di Maggio. Giovanna si recò in chiesa con i genitori, vestita del suo abitino bianco che già era servito alle sue sorelle e che la mamma le aveva adattato. E davanti alla chiesa aveva incontrato le altre bambine, tutte vestite di bianco, tutte eccitate per quella giornata di festa. C’era chi parlava dei regali che aveva ricevuto, chi del pranzo che a casa avevano preparato, ma Giovanna pensava all’incontro con Gesù. Le avrebbe finalmente parlato? Avrebbe sentito la sua voce? Ci aveva pensato tutta la sera precedente appena messasi a letto e aveva e aveva fatto fatica a prendere sonno. Ma poi il sonno era arrivato di botto. La messa e le comunioni furono una bella funzione e don Peppino, alla predica, disse delle cose commoventi. Anzi, ad un certo punto, le sembrò che si riferisse in particolare a lei quando soggiunse: “Parlate a Gesù e vedrete che vi risponderà”. Di ritorno a casa, mentre mamma e papà chiacchieravano con gli altri genitori, Giovanna prese in disparte Angelina, che era la sorella più grande, e aveva già dodici anni. “Gesù mi ha parlato, mentre facevo la comunione” le confidò Giovanna in un sussurro. “Certo” rispose la sorella “Gesù parla sempre al nostro cuore. “Io ho sentito la sua voce” insistette Giovanna “come ora sento la tua”. “Ti ho detto che Gesù parla al cuore” ribatté la sorella con maggiore forza, “ma la sua voce non si sente”. “E io, invece, ti dico che l’ho sentita e mi diceva che, io continuerò a parlargli, lui seguiterà a rispondermi” replicò Giovanna con altrettanta forza. Angelina non se la sentì di ribattere. Era un strana quella sorella e spesso si fissava su delle cose. Così chiuse la conversazione con un suggerimento: “Forse è meglio non dirlo troppo in giro, la gente potrebbe prenderti per pazza.

PALERMO

lpffg
ISTITUTO FRANCESCO D’ASSISI san
RACCONTO UNA STORIA
Dal romanzo - biografia «Questa è Florenzia» di Michele Giacomantonio edizioni San Poalo 2013 Torino
« Florenzia è stata una donna che ha saputo «svegliare l’aurora, cioè vincere la marginalità a cui la nascita sembrava relegarla e rivolgere al mondo un messaggio di solidarietà e di speranza »
Capitolo I LA GIOVINEZZA A LIPARI 1. In ascolto della voce Nella seconda metà dell’Ottocento a Pirrera, laggiù ad Est della chiesa, in quei terreni ai piedi del ripido sperone, viveva una famiglia di modesti contadini che, grazie al lavoro del padre, oltre a coltivare i campi e produrre il vino e l’olio, aveva avviato un piccolo commercio. Infatti il padre si recava spesso a Napoli, approfittando dei velieri di passaggio, per vendere il vino che produceva. Così la famiglia, che era diventata piuttosto numerosa, viveva, per quei tempi, una vita decorosa e serena. Era la famiglia di Peppe Profilio, che nel 1881, quando voglio fare iniziare il racconto, aveva cinquant’anni. Papà Peppe era un gran lavoratore e, fino a quando ebbe salute, garantì alla famiglia, sempre in crescita, una discreta agiatezza come poteva essere quella di una famiglia contadina di quel tempo. Oltre che un lavoratore, Giuseppe era un marito fedele e un padre affettuoso e aveva una particolare predilezione per Giovanna, la terza figlia, nella quale intravedeva un carattere forte e determinato. La moglie di Peppe era Nunziata, che di anni ne aveva dodici di meno, e poi vi erano quattro figli, dalla più grande, Angelina, che però tutti chiamavano Rosa, e aveva dodici anni, fino ad Antonio chiamato Ninuzzo, il più piccolo, di soli ter anni, gracile e malaticcio. I Profilio avevano avuto anche un altro figlio, il primo, che avevano chiamato Giuseppe come il papà, ma a poco più di un anno se l’era portato via una brutta malattia, e così il nome Giuseppe era passato ad un altro fratellino, che era nato otto anni dopo la morte del primo. Mamma Nunziata era una donna religiosa ma non bigotta, nel senso che sapeva armonizzare la pietà religiosa e i suoi doveri familiari, che non trascurava mai. Era anche severa e persino rigida con i figli. E non tollerava disobbedienze. Questo non voleva dire che non fosse anche amorevole, ma il suo era un amore possessivo, geloso forse, come vedremo, esclusivo. Giovanna lei la protagonista della nostra storia) aveva a quel tempo otto anni. Viveva la vita che si conduceva nelle nelle tranquille contrade di una Lipari, la cui cittadina capoluogo invece tranquilla non era perchè ospitava una colonia di coatti, cioè di persone che si erano macchiate di reati comuni e per questo venivano mandati al confino. Più tardi al confino verranno mandate anche persone di tutt’altra educazione e formazione perseguitate per reati politici. Ma non erano queste persone il problema: il vero problema erano i “coatti” che, ubriacandosi abitualmente, qualche volta lasciandosi andare ad azioni violente o molestando gli abitanti e sopratutto le donne, rappresentavano un fattore di turbativa, di grave degrado sociale e, per molti aspetti, anche un’emergenza igienico-sanitario. Nella campagne, invece, la vita trascorreva serena, cadenzata dal ritmo delle stagioni. Si coltivava la terra, si accudiva al pollaio e agli animali domestici, come l’asino e qualche capra per il latte o un paio di pecore per la lana, una volta la settimana si impastava e infornava il pane e ogni tanto anche qualche dolce e, quando era il tempo, si pigiava l’uva per fare il vino e si spremevano le olive per ricavarne l’olio. Giovanna, oltre a partecipare di questa vita, frequentava la scuola elementare. Tutti i lunedì mattina scendeva con le sorelle Angelina e Nunziatina da Pirrera a Lipari, per un sentiero scosceso e sconnesso che, passando la Serra, a fianco della chiesette della Madonna Assunta, l’accompagnava fino a Bagnomare e poi da lì, costeggiando la Marina San Nicolò, come si chiamava allora Marina Lunga, arrivava alla cittadina. Mezz’ora di strada a passo svelto a scendere, ma a un’oretta buona a risalire il Sabato dopo pranzo. Giovanna non amava molto la scuola, non solo per la fatica che doveva sobbarcarsi tutte le settimane e per il fatto che a Lipari dovevano, tutte e tre le sorelle, cavarsela da sole nella casa di du strittu a Sena, pressapoco dove oggi c’è la chiesetta del Pozzo, ma anche perché le cose che a scuola le insegnavano non la interessavano molto. Va bene imparare a scrivere e a leggere, va bene a fare di conto, ma tutte quelle poesie da studiare che le sembravano vuote e astruse, quelle letture francamente irreali, quei problemi assurdi. E non è che Giovanna fosse una ragazzina svogliata e pigra. Lei di interessi ne aveva tanti, ma non erano quelli che sia affrontavano a scuola. Si stupiva di tutto quanto le accedeva intorno e lo stupore la portava a farsi domande. Si stupiva che nel mese di Marzo, al primo sole tiepido, i prati verdi si riempissero di fiorellini gialli che chiamavano “pratarole” si stupiva e si entusiasmava a vedere i mandorli prima e i peschi poi mettere i fiori che annunciavano la primavera; aveva cominciato a stupirsi fin da bambina, quando da u bagghiu della sua casa osservava, incantata, il volo delle rondini, tutte in fila ordinate. Si soffermava a pensare come mai il mosto diventasse vino, come mai il pane lievitasse, come sbocciassero i fiori e crescessero le piante, come nascessero gli animali domestici. Ecco, il fatto che la natura si trasformasse secondo una propria logica, un proprio disegno, dove sembrava che ogni cosa si collegasse a un’altra, l’affascinava. Sembrava un grande coro, più grande di quello che in chiesa organizzava il cappellano con le ragazze di Pirrera. “Lasciate a casa i grilli” usava dire don Peppino Merlino, il cappellano, rivolto alle ragazze quando sbagliavano. Nella natura ognuno faceva la sua parte senza stonare e non c’era bisogno che qualcuno intervenisse a richiamare chi se ne andava per i fatti propri. E Giovanna sapeva chi era a dirigere questo coro. Sapeva che era stato Dio a creare l’universo e a dare ad esso u ordine. Quando Giovanna pensava a Dio, lo vedeva come un signore molto lontano, sulle nuvole. Più prossimi le apparivano, invece, il suo figlio Gesù e la mamma di lui, la Madonna. Passava ore intere, Giovanna, a contemplare la statua della Madonna e degli angeli nella chiesetta di Pirrera e vi sarebbe rimasta e vi sarebbe rimasta più a lungo se mamma Nunziata non l’avesse richiamata sgridandola, perché c’era tanto da fare in casa e, soprattutto, bisognava accudire al fratello più piccolo, Ninuzzo, che stava sempre male, mentre lei spariva, spesso, quasi per mezza giornata. - Dove sei stata? - le chiedeva un po’ burbera mamma Nunziata. - In chiesa - rispondeva quasi sempre Giovanna - Ho aiutato don Peppino a fare un po’ di pulizia e a sistemare i fiori e, quando lui è andato via, mi sono seduta a guardare la Madonna. - La Madonna sa che in casa c’è tanto bisogno e non è contenta, quando tu te ne stai seduta a correre dietro alle tue fantasie - concludeva la mamma. Ma Giovanna non correva dietro a fantasie. Da qualche tempo aveva intuito che il silenzio era importante per capire la natura, non solo, ma soprattutto che Gesù e la Madonna nel silenzio parlavano. Il silenzio, per lei, era ascolto. Ascolto di un altro che esisteva anche se tu non lo vedevi. Un altro che voleva parlarti, ma che tu non sentivi perché avevi la testa piena di troppi pensieri, di troppe cose, cose tue spesso futili. Un altro che tentava di parlarti , ma tu non stai a sentire. Una volta suo padre le aveva raccontato che ci sono suoni che sentono solo gli animali e non le persone. Glielo aveva detto uno scienziato che aveva incontrato durante uno dei suoi viaggi. E a Giovanna, nella mente, improvvisamente si era dischiusa una porta. Così aveva cominciato a pensare che forse anche Gesù e la Madonna cercavano di parlare con gli uomini, ma gli uomini non li sentivano perché il loro orecchio non li percepiva. Più ci pensava, Giovanna, e più le sembrava che questo fosse possibile. E un giorno ne parlò a don Peppino. Don Peppino era un prete paziente e stette a sentire la bambina. Poi la guardò fisso con gli occhi che si erano fatti luminosi: Potrebbe essere. Anzi probabilmente e così di santi che sentivano la voce di Gesù e la Madonna ce ne sono diversi. Per esempio san Francesco, per esempio Giovanna d’Arco. A Lourds, più di vent’anni fa, la Madonna è apparsa a Bernadette, una ragazzina di un paesino francese, e le ha parlato. Tu continua a parlare con Gesù e la Madonna e può darsi che un bel giorno essi ti rispondano. E pi, fra qualche mese, farai la prima comunione. In quell’occasione Gesù, comunque, parlerà al tuo cuore e forse...chissà, anche alle tue orecchie. E così Giovanna si mise ad aspettare il giorno della prima comunione. Ora stava con le orecchie e il cuore aperto non solo in chiesa dinanzi alla statua della Madonna, ma in ogni momento della giornata che aveva libero. Ascoltava in silenzio e pregava. Pregava e ascolta in silenzio. E allora sentiva intorno a una grande serenità, sparivano tutti i problemi e le preoccupazioni. Così arrivò il giorno della prima comunione, una splendida mattina di Maggio. Giovanna si recò in chiesa con i genitori, vestita del suo abitino bianco che già era servito alle sue sorelle e che la mamma le aveva adattato. E davanti alla chiesa aveva incontrato le altre bambine, tutte vestite di bianco, tutte eccitate per quella giornata di festa. C’era chi parlava dei regali che aveva ricevuto, chi del pranzo che a casa avevano preparato, ma Giovanna pensava all’incontro con Gesù. Le avrebbe finalmente parlato? Avrebbe sentito la sua voce? Ci aveva pensato tutta la sera precedente appena messasi a letto e aveva e aveva fatto fatica a prendere sonno. Ma poi il sonno era arrivato di botto. La messa e le comunioni furono una bella funzione e don Peppino, alla predica, disse delle cose commoventi. Anzi, ad un certo punto, le sembrò che si riferisse in particolare a lei quando soggiunse: “Parlate a Gesù e vedrete che vi risponderà”. Di ritorno a casa, mentre mamma e papà chiacchieravano con gli altri genitori, Giovanna prese in disparte Angelina, che era la sorella più grande, e aveva già dodici anni. “Gesù mi ha parlato, mentre facevo la comunione” le confidò Giovanna in un sussurro. “Certo” rispose la sorella “Gesù parla sempre al nostro cuore. “Io ho sentito la sua voce” insistette Giovanna “come ora sento la tua”. “Ti ho detto che Gesù parla al cuore” ribatté la sorella con maggiore forza, “ma la sua voce non si sente”. “E io, invece, ti dico che l’ho sentita e mi diceva che, io continuerò a parlargli, lui seguiterà a rispondermi” replicò Giovanna con altrettanta forza. Angelina non se la sentì di ribattere. Era un strana quella sorella e spesso si fissava su delle cose. Così chiuse la conversazione con un suggerimento: “Forse è meglio non dirlo troppo in giro, la gente potrebbe prenderti per pazza.